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Certo è che il referendum della Crimea ha innescato paure in tutta Europa. È il meccanismo della consultazione popolare che spaventa, anche se poi si è tradotto nella più grande annessione di territori dopo la II GM. 
Ancora una volta la domanda: è più importante l’autodecisione dei popoli o l’intangibilità delle frontiere sancita dal trattato di Helsinki? Il concomitante referendum online fatto in Veneto, benché dubbio, ha comunque confermato il desiderio di indipendenza che da anni soffia in quelle terre. Il 2014 si annuncia come cruciale. Cento anni dopo che la Guerra Europea portò a fase finale i risorgimenti ottocenteschi facendo crollare gli imperi, dando uno stato a molte nazionalità. In Spagna, nonostante l’opposizione del governo che lo ha dichiarato illegittimo, il referendum catalano si terrà. A novembre sarà la volta di quello scozzese e l’Inghilterra si prepara a modificare l’Union Jack, togliendo il blu e la croce bianca di Sant’Andrea bandiera della Scozia. 
Segnali che hanno indotto Francesco Merlo a scrivere un articolo sulla Repubblica. Il giornalista mette insieme le rivendicazioni Sud tirolesi con gli indipendentismi da condominio. Il dubbioso referendum veneto con Sardegna Cantone Marittimo e i movimenti neoborbonici. La ricerca delle università di Cagliari ed Edimburgo,  che rivelava un desiderio di indipendenza del quaranta per cento dei sardi, non ebbe ugual riscontro mediatico. Merlo scrive un paginone di sarcasmi che finge di informare e non spiega, un mega esorcismo contro la paura delle secessioni. I
l giornalista non si chiede perché avvenga ora. Lasciando da parte Sardi e Sudtirolesi, che avrebbero molte ragioni storiche e culturali per essere indipendenti, perché l’Italia cova dentro di sé il tarlo della disgregazione?  Un paese ad identità labile che non è riuscito a trovare unità nel contratto costituzionale non come la Francia che si riconosce in un patto repubblicano. In Italia è in crisi quello che Slavoj Zizek, citando Ètienne Balibar, chiama égaliberté la libertà nell’eguaglianza. 
È in corso una precarizzazione delle esistenze, che si fanno più evidenti nelle regioni meridionali. A questo si aggiunge la scoperta di essere governati da una oligarchia che perpetua il proprio potere, che diminuisce le rappresentanze locali perseguendo un disegno neo centralista; abolisce le provincie ma non i prefetti, benché entrambe le istituzioni facciano parte della stessa organizzazione di derivazione napoleonica. Il prossimo passo saranno le regioni, che verranno limitate nei poteri e capacità di spesa con la riforma del Titolo V della Costituzione. Uno stato che non riesce più a garantire i servizi minimi con una amministrazione che è sempre più blocco a qualsiasi sviluppo. Una fuga dalle inefficienze dello stato, una richiesta di democrazia diretta, un desiderio di poter riprendere in mano le proprie esistenze. 
È emblematica la vicenda di Sardegna Cantone Marittimo che arriva dopo le illusioni e delusioni della zona franca integrale; nata come provocazione si sta trasformando in qualcosa che assomiglia ad un movimento di opinione. L’iniziativa rivela una condizione culturale più che un desiderio politico. La Svizzera attrae non solo per la sua ricchezza, ma anche per un’ottima organizzazione amministrativa, per la democrazia partecipata esercitata in ogni occasione, per i referendum propositivi senza quorum usati in ogni occasione. Un luogo dove i cittadini contano ancora. 
Vi è inoltre un altro elemento poco valutato. Il paese alpino non è nella Ue, ha la sua moneta. Questi ultimi due aspetti rispecchiano la demonizzazione fatta da più parti dell’euro  diventato il capro espiatorio della crisi europea. Vi è inoltre un rigetto della stessa Ue vista come un organismo burocratico freddo e distante, che impone regole incomprensibili. Il luogo delle “lacrime e sangue”. 
Ancora una volta un desiderio di fuga più che una proposta di azione soggettiva. Un affidarsi ad altri nella speranza che siano loro a risolvere i nostri problemi. Con in più un aspetto consolatorio: lo scoprire che gli svizzeri sono affascinati dall’idea, che considerano i sardi seri e laboriosi così come sono loro. Tutto serve però. Chi ha promosso l’idea confessa sul suo profilo Fb che in questi mesi ha scoperto quanto l’Italia sia stata ingiusta con noi, quanto i nostri diritti siano negati. È indubbio che mai come in questi anni l’idea di autodeterminazione dei Sardi sia stata così popolare. La secessione che l’Italia sta compiendo nei nostri confronti muta il nostro rapporto con la Repubblica italiana.  A poco valgono le paure della grande stampa italiana trasformate in sarcasmo. 
La talpa scava. Sempre più Sardi scoprono che il destino del loro popolo può essere nelle loro mani; che potranno vivere nel mondo da eguali agli altri popoli. Sentimento che fino ad ora non si traduce in scelte politiche maggioritarie. 
Trecentouno anni dopo il trattato di Utrecht che tolse la Sardegna alla Spagna, la storia sembra riprendere il suo cammino. Starà a noi saperla vivere da protagonisti.

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