L’articolo de “Le Monde” in cui Catherine Deneuve e altre 99 donne affermano che la “libertà di importunare” è necessaria alla libertà sessuale è molto interessante.
Partendo da una avversione dichiarata al movimento #MeToo, che è diventato virale – ma anche molto reale, visto che dopo il caso Weinstein ha fatto emergere una serie di casi più o meno famosi di molestie sessuali in tutti gli ambiti della società- il “manifesto” francese mette in guardia dai rischi di un “neo puritanesimo” per cui “la concezione vittoriana del bene e del male” in realtà danneggerebbe le donne, rappresentandole sempre come vittime predestinate o prede. Questo, perché qualcuna (centinaia? Migliaia? Su una popolazione mondiale di sei miliardi di persone?) ha denunciato, perfino con ritardo (non mi addentro nei dibattiti filosofici e perfino etici sulla necessità di essere tempestive. Di solito quello riguarda, che so, gli aerei da prendere), a volte prendendo delle cantonate, altre scoperchiando veri e propri vasi di Pandora.

Sull’antipatia per il puritanesimo e i moralismi imbecilli un tanto al chilo mi trovano d’accordo, sul rischio di una rappresentazione monolitica e debole delle donne anche. Notevole la consapevolezza del “lato selvaggio” delle pulsioni primarie, importante il richiamo a una educazione appropriata per le nuove generazioni.
Peccato per la solita storia, la solita lagna del “corteggiamento non compreso”, del “non si può più neanche fare un complimento a una donna”, e via argomentando fino agli esempi distorsivi, grotteschi: “Un altro sforzo ancora e avremo il fatto che due adulti che vorranno dormire insieme dovranno vidimare preliminarmente tramite un’«app» sul loro telefonino un documento in cui saranno debitamente elencate le pratiche che accettano e quelle che rifiutano.”
Su questo punto mi sento di rassicurare le signore francesi: gli esseri umani continueranno serenamente a praticare sesso come e quanto vogliono, ad accettarlo o rifiutarlo, proprio perché nessun fenomeno di costume, per quanto potente, può modificare gli impulsi primari.
Le distopie, insomma, le lascerei alle serie TV.

Dispiace, poi, per quel ricorso al solito luogo comune: “…Un femminismo che prende il volto di un odio per gli uomini e per la sessualità”, perché, come è accaduto con il fenomeno #meToo , invita e aiuta a denunciare le molestie sessuali.
Calma, ragazze. Qui mi pare grande la confusione sotto il cielo, ma forse è solo una mia impressione che una mano sul ginocchio durante una cena sia cosa diversa da qualcuno che ti si struscia addosso sulla metro. Tentare di baciare una donna è diverso dall’afferrarla, così come fare un complimento, anche greve, è diverso dal chiudere una porta e denudarsi. In qualche caso è un corteggiamento (sic!) maldestro e fallimentare, in un altro è molestia. Se poi c’è una sproporzione di potere (economico, lavorativo, sociale) tra i due, la questione “approccio sessuale” è ancora più delicata e allo stesso tempo lampante, chiarissima.

Andrebbe forse chiarito un concetto elementare e rivoluzionario: se una persona (una donna, in questo caso) non viene a letto con voi è perché, semplicemente, non le piacete abbastanza. E no, non è perché siete poveri (le donne sono avide), né perché siete bassi, magri, grassi, con un occhio di vetro o senza capelli (vogliono solo quelli belli), o ancora perché se la tirano, fanno le preziose e simili amenità.
E no, gli uomini non sono tutti uguali. No, non sono animali, se non per il fatto che lo siamo tutti, di fondo. Non vogliono solo quello, e anche se fosse pazienza, avanti il prossimo o questo, se ci piace così.
Noi adulti sappiamo bene che il corteggiamento, oltre che l’attrazione elementare e animalesca, è spesso la chiave per ottenere il risultato: comportiamoci di conseguenza (#bastalagne), e questa è una preghiera rivolta a a entrambi i sessi.

Sappiamo anche che una corretta educazione sentimentale e sessuale delle figlie e dei figli farebbe più di qualsiasi denuncia, manifesto o rigurgito di puritanesimo, se solo la impartissimo a TUTTI, maschi e femmine.
Si chiama parità, o egualitarismo, o anche realismo. Riguarda, ancora oggi, più le femmine dei maschi: il dibattito in corso lo dimostra, e ha il pregio di riportare alla ribalta, dopo anni, il tema della vera libertà sessuale. Che però non è esattamente quella di gestire con nonchalance una molestia (cosa che ogni donna del pianeta è mediamente abituata a fare fin dalla tarda infanzia) e andare avanti (altra cosa che milioni di donne quotidianamente fanno), ma quella di vivere la sessualità come meglio si crede senza conseguenze o stigma sociale.

Vestirsi come si vuole, scegliere i partner, vivere come si preferisce, dal libertinaggio alla castità, senza che questo diventi oggetto di una qualsiasi valutazione sulla persona: sono valori che si insegnano, che hanno un prezzo e anche caro, che comportano responsabilità e impegno di lotta, per chi ci crede.

Sulla rappresentazione delle donne come “prede”, il discorso è ampissimo, non limitabile alla singola campagna antimolestie che comunque, lo ricordiamo, ha aiutato moltissime donne a uscire dalla solitudine di eventi traumatici, dando anche le sfumature del fenomeno, e già per questo è meritevole di attenzione. Le donne sono prede o sciocche co-protagoniste nella pubblicità, vittime nell’informazione e nei media, principesse scintillanti o casalinghe col mini Folletto nei giochi per bambini. Vecchia storia, culturale anche questa.

Il passaggio più rilevante, che sposta finalmente il focus dallo schema “guerra dei sessi” e “vittimismo purché sia” è appunto il seguente: Una donna può, nello stesso giorno, “dirigere una squadra professionale e godere dell’essere oggetto sessuale di un uomo”: il punto è questo, non il “femminismo che odia gli uomini”, ovvero la scorciatoia di chi non ha voglia di approfondire il tema, non conosce persone femministe o entrambe le cose. La narrazione del femminismo come antagonista del maschile (quando invece lo è del maschilismo, che è altra cosa) la possiamo tollerare con un sorriso dagli ultraconservatori, i misogini/e, i poco informati, o chi è stato educato in maniera fortemente stereotipata per quanto riguarda i ruoli familiari. Gli altri e soprattutto le altre, a maggior ragione se scrivono una sorta di manifesto sulla libertà delle donne e dunque hanno parecchi strumenti di lettura della realtà, dovrebbero su questo punto avere una maggiore accortezza, perché il femminismo moderno, pur con un infinito debito di gratitudine per le lotte delle sue origini (ragazze e ragazzi, la parola anticoncezionali vi dice qualcosa? E divorzio, aborto, parità di salario, anche?), oggi tende più all’egualitarismo e all’inclusione che alla separazione.

Tornando al punto: una donna, in sostanza, può fare quello che vuole del suo corpo e della sua sessualità, anche accettare quelle che per altre sarebbero molestie, appunto. Oppure non farlo, e rifiutarle perché le ritiene offensive, degradanti, o pochissimo attraenti. Può fare molte cose, dovrebbe poter fare tutto. Compreso rifiutare o criticare un approccio sbagliato senza che da ciò derivi una teoria di neo-puritanesimo (!).
La libertà sessuale non dipende dagli altri, che ci possano corteggiare o no, ma da noi in primis.
Questo, in un mondo perfetto in cui per le donne la libertà sessuale e del proprio corpo è un concetto assodato, pacifico, su cui non si discute. Un mondo, cioè, in cui potere e sesso sono slegati o se sono uniti è per la partecipazione conseziente di entrambi; un mondo in cui nessuno, uomo o donna, abbia da pontificare sul comportamento privato degli altri, spesso con il linguaggio che, in quanto specchio della società, rivela come in realtà noi la pensiamo in merito all’argomento “libertà sessuale delle donne”: che quando un uomo ci prova, possono certamente accettare o meno. Al primo, secondo o centesimo appuntamento, sicure che il loro comportamento sessuale non interessa a nessuno e quindi nessuno le appellerà zoccole, sgualdrine, troie, oppure frigide, fighe di legno e simili.

Ah no, scusate: quello sarebbe il mondo perfetto!

 

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