Camminare è sempre la risposta. Anche se piove un po’, alla radio hai sentito che l’umidità percepita è molto alta e come tutte le altre volte ti sei chiesto cosa significa.
E’ un pensiero pigro, leggero, che subito svanisce; era lì un attimo prima, insieme a tutte le altre cose da fare durante la giornata, che ti sono precipitate addosso appena hai aperto gli occhi, insieme alla lampada, al libro caduto sul pavimento, alla prima parola di chi ti si è svegliato accanto.
Non ricordi bene la sequenza degli eventi che ti si snoderà davanti, ma è normale, visto che della metà non ne hai alcuna voglia.
Allora meglio fare due passi, no? Tanto per cominciare c’è sempre tempo.

Scendi in strada, ti senti bene, leggero. I piedi caldi, la testa coperta, le gambe rispondono e vogliono andare. Pensi – un altro pensiero veloce, che non trattieni- ai cavalli. Ne hai visto uno, vicino alla spiaggia, che si muoveva a piccoli scatti, scuotendo la testa. Non nervoso, ma in attesa. Hai provato tenerezza, quasi. Adesso invece è leggerezza, forse vuoto. Tutta roba buona ma inutile, oggi che del tuo corpo non sai che fartene.
Non giocherai a calcio, non nuoterai, non farai l’amore, se sei fortunato non dovrai parlare con nessuno – altrimenti abbozzerai con un lieve sbuffo, come sbuffava l’animale vicino alla spiaggia, ma non se ne accorgerà nessuno.
Però puoi sempre camminare. E infatti cammini.

Le strade di questa città oggi sono diverse, anche se apparentemente tutto è uguale: le auto parcheggiate in doppia fila, il marciapiede sconnesso sul quale cammini, perfino le facce che incontri, un arredamento parziale di questo quartiere. Sai esattamente cosa fare, in queste strade, e dove andare. Di solito.
Oggi è diverso, il marciapiede gli alberi le case la donna con le buste della spesa l’insegna della macelleria la frutta esposta del verduraio il cartello dei pomodori buoni buoni il cestino dell’immondizia la pozzanghera, tutto è diverso e forse nemico.
Non è come vedere tutto questo come la prima volta, è come essere visti e poi respinti indietro.

Mentre cammini e i piedi ti si fanno freddi respingi anche tu la pioggerella, la foglia per terra, il gatto sul davanzale di una finestra aperta che ti guarda immobile, e naturalmente il cellulare che ti vibra in tasca. Per un attimo non hai capito cosa fosse, poi sì. Lo lasci lì dove è senza guardarlo, senza sentirlo.
Le cose intorno sono sconosciute, senza un nome preciso: sai che ce l’hanno ma non sapresti come utilizzarlo, dove collocare queste informazioni nella tua giornata, che insomma prima o poi dovrà iniziare veramente.
Per adesso cammini, comunque.
Oltrepassi la piazza, ora piove meno ma senti più il freddo, e come sempre non te ne importa niente.

Li vedi avvicinarsi sulla lunga distanza. Vengono verso di te spediti, non dritti ma anzi un po’ ondeggianti, anche se non portano pesi. Ti fermi a guardarli: è più forte di te, l’hai sempre fatto, anche quando eri piccolo. Ti parlavano e tu li guardavi, ti scattavano una foto e tu li fissavi serio, per molto tempo. Osservavi gli estranei, e adesso questi.
Camminano diversamente, scoordinati, lui più avanti di qualche passo, lei indietro. Sembra stanca, non sorride mentre parla, muovendo poco le mani. Lui sembra accorgersi di essere solo da un po’, rallenta, si ferma. Si guardano, lei parla e anche lui.
Sei troppo lontano per sentire cosa si dicono, per fortuna. Poi ti rimarrebbe in testa più a lungo dell’umidità percepita, del cavallo sulla spiaggia, delle chiamate “non risposte”, della lista della spesa. Meglio stare lontani.

Non ti stupisce, dopo qualche minuto, vedere che lui piange. Sul marciapiede della tua città, del tuo quartiere, a metà mattina di un giorno qualunque, un uomo piange. Il resto, ovviamente, continua: gli scooter passano, l’autobus si ferma e le persone salgono, due signore anziane incastrano gli ombrelli nel tentativo di passare ognuna per prima nello stretto passaggio tra una macchina parcheggiata e un’altra.

L’uomo intanto piange. La donna gli porge un fazzoletto, il viso sempre stanco, anche da questa distanza puoi vedere le due rughe profonde ai lati del naso. Non c’è spavento nella sua espressione, e neanche rivalsa o soddisfazione. Solo stanchezza. L’uomo si asciuga gli occhi ma piange ancora, senza muovere il resto del corpo. Sono fermi, si guardano, lei parla e per la prima volta sorride. Lui annuisce, prende un altro fazzoletto, e in questo gesto c’è tutta una resa, tutta una storia.

Si separano in quel punto esatto, stai pensando tu, e proprio in quel momento lui si stacca da lei – non le stava nemmeno vicino ma tu vedi il distacco, come due pezzi delle costruzioni che usavi da piccolo – e attraversa la strada.
Lei prosegue dritta, fra poco ti passerà vicino.

Improvvisamente capisci che per oggi è sufficiente, grazie, come diresti indifferentemente a chi ti taglia il prosciutto al supermercato e a chi ti dovesse chiedere come è andata oggi. Non sai se succederà, peraltro, e comunque hai la risposta pronta.
Va tutto bene.

 

[Ruth Orkin, Uomo nella pioggia, New York City, 1952 © Ruth Orkin Photo Archive / Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York]

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