Ci sono giorni in cui le cose – gli oggetti, intendo- hanno un aspetto diverso. La lampada Tiffany sul mobile dell’ingresso è sempre bellissima ma non mi trasmette più niente, non mi interessa. Quasi non la capisco; sto pensando ad altro.
Il ficus nell’angolo si ostina a non morire anche se non gli do manco l’acqua. Gli passo vicino indifferente, se ne occuperà qualcun altro, credo.

Non è male questo piccolo allontanamento, finalmente guardo il mondo con una curiosità un po’ distaccata: la signora che ieri, in macelleria, parlava delle sue vacanze pasquali in Thailandia l’ho ascoltata come si ascolterebbe un radio giornale. Ogni tanto perdevo la frequenza, perché pensavo ad altro.

Pensavo- oltre che alla quantità di polpette da acquistare- al momento presente, mio e degli altri. Molti altri.
Le persone amate con dei problemi di salute, per esempio. Le vedi che cercano di allontanarsi, istintivamente fai di tutto per trattenerle da questa parte, la parte giusta. Goffamente, spesso inutilmente, perché loro ti ascoltano quasi solo per cortesia e affetto, prese come sono a pensare alla loro macchina – il corpo.

Penso anche all’amica che ha visto finire un amore, e mi è sembrata favolosa e stoica nella sua sobrietà. Ma così anche quella che piange senza ritegno appena ha un momento libero, e mentre piange mi dice “è come passare nel fuoco”. E alla gente felice che non sa di esserlo, che mi rilassa come farebbe un buon vino.
E poi quelli che hanno visto la loro vita e il loro stesso funzionamento modificarsi perché hanno perso il lavoro, anche se non ne potevano più: “Ho ripreso possesso della mia vita”, mi hanno detto. Ma gli occhi, lo sguardo erano indecisi, cercavano una conferma: andrà bene? andrò bene comunque?

E quelli e quelle dei figli. Li volevano e non sono arrivati, o ce l’hanno fatta per miracolo o proprio quando hanno voluto loro, oppure hanno cambiato idea, o sono devastati dall’esperienza.

Tutti momenti di assoluta, purissima fragilità in un mondo doppio – reale e virtuale, che è poi la stessa cosa – che in tutte le sue versioni richiede sempre una buona performance e la risposta giusta in ogni momento. Anche se non ce l’abbiamo, non abbiamo voglia di cercarla, e per una volta- una volta sola- vorremmo anche riposarci un po’, appoggiare da qualche parte la maschera.

Prima pensavo che dipendesse dall’età, da una generazione, la mia, molto più disintegrata e con un destino meno segnato delle precedenti- socialmente, sentimentalmente, professionalmente, in possesso di una libertà con meno regole e stigmi e assolutamente impreparata a usarla.

Poi ho capito che il punto è il tempo. Un tempo spesso asincrono, storto, sbagliato nelle occasioni. Mi vengono in mente i treni che ritardano sempre, la nostra canzone preferita di cui riusciamo a sentire solo l’ultimo pezzetto perchè accendiamo la radio in quel momento, e anche il momento in cui dopo una lunga corsa ci fermiamo e respiriamo nuovamente, e capiamo che avremmo potuto fare anche un altro tragitto.
Era possibile, non sappiamo se lo è ancora. Non c’è disperazione, semmai malinconia nelle piccole storie di fragilità di questi giorni, che sono vicinissime a noi, basta sincronizzare le frequenze per accorgersene.

Soprattutto, non c’è debolezza, ma utilità. Per sé e gli altri.
Tutto è utile perché non siamo soli, ma questa cosa la puoi sentire concretamente soltanto quando sei immerso nella fragilità e forse anche nello scandalo più grande di tutti, cioè nel dolore, nella sofferenza che non puoi evitare anche se ci provi, e che magari racconti anche, se ti fidi abbastanza e se trovi qualcuno che ti ascolti abbastanza.
Tutto è utile perché impari dagli altri, anche se sei particolarmente resistente o sfiduciato. Qualcosa passa.
E ti consoli, dalle tue stesse piccole ferite. Non certo per l’orrido meccanismo del “c’è chi sta peggio di me”, ma semplicemente perché capisci che nulla di umano può esserti estraneo, anche se molti, nel mondo della performance costante e talvolta un po’ ridicola, predicano il contrario.

Tutto è utile, alcune cose indispensabili- ognuno ha le sue, da curare con attenzione. Forse stasera, dopo essermene occupata, potrei anche ricordarmi di dare l’acqua al povero, incolpevole ficus nel mio soggiorno.

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