Domani è l’otto marzo. E’ previsto in tutta Italia uno “sciopero femminista” (respirate normalmente. Non è contagioso, purtroppo), e di per sé mi sembra una buona cosa, se non altro perché rappresenta una alternativa alle mimose e in generale ai fiori che sarebbero belli tutto l’anno e invece.
Lo scorso anno non ho partecipato, anche se i temi del lavoro femminile “produttivo e riproduttivo”, della persistenza del maschilismo, della violenza tra i generi li trovo importantissimi, cruciali, da sempre.

Mi lasciava perplessa il concetto di “sciopero”. Per cosa manifestiamo? Per essere “viste”? E’ vero, ne abbiamo ancora bisogno. Per avere magari qualche bella sorpresa e constatare che siamo tante a volerci “rivelare pubblicamente” come attiviste che nel quotidiano si fanno un mazzo tanto per la parità? Magari!
Per sentirci parte di qualcosa, di un tutto più grande, sapere che non siamo sole nella lotta? Giusto, anche questo.

Basta ricordarsi sempre, però, che una femminista oggi è sola nella lotta per definizione.
Intanto è sola perché lo dice, usa questa parola che le sue stesse simili rifiutano, assimilandola a un significato negativo come accade, per esempio, per maschilista (nessun ragazzo, ehi, vuole essere definito tale, no?). Peccato che voglia dire un’altra cosa e forse sarebbe il caso di spiegarlo fin dalla più tenera età.

Poi, perché maschilismo e misoginia sono socialmente sdoganati, considerati un peccato veniale. Lo notiamo sui media, nel linguaggio spesso stereotipato (e vabbè), a volte giudicante e violento (meno bene), nelle conversazioni spicciole, nell’indulgenza che manifestiamo verso i piccoli e grandi segni, nel fatto che spesso nemmeno li riconosciamo e se li facciamo notare “sei esagerata”.

D’altra parte, giova ricordare (questo lo dico anche per le amiche e gli amici che sciopereranno) che il/la misogino/a non si evangelizza, si combatte e basta. Il o la maschilista non cambiano, inutile perdere tempo e energie, una volta individuati bisogna marginalizzarli, passare oltre.
Non si prende il caffè con il razzista, il violento, il negazionista dell’Olocausto e nemmeno con l’odiatore di donne (e con gli odiatori in generale).

La solitudine, dicevo. Perché la lotta di oggi è profondamente diversa da quella di ieri. Le nostre madri nobili, quelle che hanno combattuto mettendoci la faccia, la loro storia, le energie e molto altro per conquistare diritti che oggi sembrano ovvi anche alle più ingrate, avevano degli obiettivi precisi da raggiungere, diritti civili fondamentali, bisogni che hanno aggregato e fortificato le azioni, la difesa primaria del diritto sul proprio corpo, la sessualità, la propria esistenza individuale.

Oggi, e da almeno venticinque anni a questa parte, lo scenario è cambiato, diventando più fluido, sfumato. La parità salariale, l’educazione di genere nelle scuole ma soprattutto in casa, le quote in politica, il sostegno concreto alle madri, e molti altri temi allo stesso tempo personali e politici, tutto questo è stato sommerso da una ondata di benaltrismo prima e di antipatia poi (o viceversa).

Per decenni ho sentito le mie coetanee, Iddio le perdoni, affermare che “le femministe hanno rovinato tutto”, oggi registro lo spavento e il fastidio ogni volta che si parla di temi che nella contingenza sono femminili ma che ovviamente riguardano tutti (l’occupazione delle donne, per esempio).
Guardo con simpatia e vicinanza a uno “sciopero internazionale delle donne”, poi però non vorrei più vedere bambine di otto anni col rossetto.
Penso con gratitudine alle lotte del passato e del presente, ma ogni volta che leggo la parola “patriarcato” so che la causa perde due o tre simpatizzanti. E’ utile? E’ pratico? Si concretizzerà nel far sparecchiare la tavola ai bambini e le bambine in ugual misura, o nel favorire le amicizie fra maschi e femmine fin dalla più tenera età senza che questo li faccia “fidanzare, che bellini”? Avremo più nidi d’infanzia e investimenti nel lavoro femminile e ci daremo finalmente pace perché non ci teniamo i bambini in casa fino a tre anni, sennò “poverini”?

La solitudine della femminista oggi è fatta anche di queste cose, appunto. Fra adulti i giochi sono fatti, e quindi saltiamo a piè pari le lamentazioni sui mariti e gli stereotipi sulle mogli, puntiamo magari a un presente decente e a un futuro migliore per le nuove generazioni, perché anche se l’educazione paritaria è un tema meno affascinante, meno forte, meno facilmente comunicabile del divorzio, dell’aborto, della libertà sessuale, rimane il fondamento della civiltà e, azzardo, pure del progresso.
E soprattutto, mentre alcuni diritti civili sono dati per acquisiti, gli altri temi oggi non sono percepiti abbastanza. E quindi non aggregano abbastanza, non li difendiamo abbastanza, non tiriamo abbastanza gente dentro.

Fra questi, gli uomini. Che vorrebbero anche essere femministi e talvolta lo sono a loro insaputa (ora però respirate normalmente. Non è contagioso, purtroppo), ma bisogna volerceli, dentro la lotta.

Non evangelizzarli, chè non abbiamo la scienza infusa (avere la vagina è bellissimo, parola mia. Ma non garantisce l’onniscienza nè, l’abbiamo visto, la compattezza degli ideali, ahimè). Ma tenere il punto, non scoraggiarsi e non scoraggiarli, praticare la libertà. Che non si chiede, ma si prende.
Benissimo le manifestazioni, ma soprattutto la pratica quotidiana e condivisa di questo meraviglioso valore che è il femminismo (respirate normalmente, non è contagioso, purtroppo. E se siete arrivati qui potete anche iperventilare). Quindi,

Adelante! <3

Inoltre vi consiglio di leggere...

Rispondi

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.