Ha ancora senso definirsi “femministi” oggi? E perché dovremmo esserlo tutte e tutti? E guardate che sapere a memoria tutte le stagioni di “Sex& the city” non è sufficiente, eh! E nemmeno dire che secondo voi “le donne sono superiori”, o che le quote non servono perché fanno “specie protetta”. Ne parliamo mercoledi 10 dicembre sui 96.8 di Radio X, anche streaming e podcast. Con me la sociologa e studiosa di temi di genere Sabrina Perra, il docente di Pedagogia e componente di Maschile Plurale Salvatore Deiana. Stay tuned!

Occhio, che se mi ci metto io sono peggio dei Testimoni di Geova (con il massimo rispetto per il loro lavoro). Solo che io mi impegno per il femminismo, per questo concetto in divenire (com’è logico che sia, visto che i tempi mutano), rappresentato da una parola che non piace, che respinge anche chi femminista lo è a sua insaputa o potrebbe diventarlo.

Per la DEFINIZIONE CLASSICA rimando alla Treccani. 
Per quella contemporanea ci sto lavorando da tempo, raccogliendo sempre più numerosi contributi di donne e uomini.   

Questi ultimi talvolta mi dicono: trovo assurdo combattere una discriminazione (a danno delle donne in tutti i settori) con un altro tipo di discriminazione.  
Ma il femminismo NON E’ una discriminazione contro i maschi, una guerra tra i sessi. E’- o dovrebbe essere- riequilibrio di rapporti, impegno di ognuno/a nelle relazioni con l’altro sesso, capacità e volontà degli uomini di mettere in discussione i modelli stereotipati che la nostra cultura vuole propinare loro, manco fossero tutti dei minus habens comandati dai gioielli di famiglia e basta. E volontà delle donne contemporanee, bontà loro, di occuparsi criticamente di se stesse.

E’ evidente che la divisione, la “guerra”, la definizione di essere “altre” da qualcuno, dovevano essere all’inizio, visto che la segregazione di genere spaccava il mondo a metà. Qualche piccolo esempio, mica per quelli progrediti (o semplicemente i nativi di un mondo già evoluto da questi punti di vista), ma a beneficio dei “benealtristi”:

IL VOTO, QUESTO SCONOSCIUTO. Il suffragio femminile fu introdotto in Italia nel 1945, in Grecia nel 1952, in Svizzera solo nel 1971.

NON SOLO MAESTRA. L’ingresso delle donne in magistratura risale in Italia al 1963, con otto idonee. Nell’ultimo concorso per l’accesso in magistratura, concluso alla fine del 2004,  oltre il 60% dei  382 vincitori sono donne. (dal sito del CSM). 

L’EDUCAZIONE IN FAMIGLIA. Fino al 1983 era in vigore il cosiddetto ius corrigendi del marito nei confronti della moglie, ovvero la possibilità di esercitare la “correzione” fisica.

IO SONO TUA, MICA MIA. Fino al 1975 (data della riforma del diritto di famiglia) esisteva la “patria potestà” esclusiva del marito nei confronti di tutti i componenti della famiglia, compresa la moglie sulla quale aveva la “potestà maritale”.

QUESTIONE D’ONORE. Fino al 1969 l’adulterio della moglie era reato e fino al 1981 era in vigore in Italia il famigerato “delitto d’onore”.

IL DECORO PRIMA DI TUTTO. Il 1996 è L’anno della legge sulla violenza sessuale, che diviene reato contro la persona e non più contro la morale. 

I più giovani (maschi e femmine) trasecolano davanti alle date, perché sembrano scene preistoriche, aliene dal mondo moderno in cui tutt* studiano, lavorano, vanno a letto con chi vogliono, si espongono come credono. 
Il fatto di non esserci fisicamente stati può spiegare l’indifferenza alla tematica, diciamo. 
Però chi le ha vissute non può, evidentemente, dimenticarle. Per questa lotta noi dovremmo fare un monumento in ogni città alle donne che hanno impegnato la loro vita, la loro persona (perché il personale era ed è ancora sempre politico), per darci la possibilità di evolvere. Non del tutto, visto che anche recentemente la Corte d’Appello di Venezia ha specificato che «non rientra nell’ordine naturale delle cose che il lavoro domestico venga svolto da un uomo» (ed è stata poi smentita dalla Cassazione).

Il problema, oggi ma anche già vent’anni fa, sono quelli e soprattutto quelle che si disinteressano di sé e degli altri. 
Fin dall’adolescenza mi sono sentita dire che le “femministe” rovinano la famiglia, perché hanno  voluto scimmiottare gli uomini. 
Il punto, l’ho capito dopo, è l’incapacità, il rifiuto assoluto di accettare che una donna possa fare tutte le cose che fa un uomo, atteggiamenti e scelte sessuali, familiari, amicali e lavorative comprese, perché appartiene alla stessa specie. 
E’, cioè, un essere umano, quindi ci sta che sia una stronza, ad esempio. Come un uomo, appunto, anche se questo fa trasecolare le anime belle che invocano la “dolcezza”, l’ “accoglienza”, la naturale (!) propensione alla maternità, alla cura, alla tenerezza. Cioè tutte quelle cose utilizzate per tenere le signore buone in un angolo, e guai a litigare (sennò sono delle lavandaie), ad alzare la voce (sono delle virago), a vivere liberamente la sessualità (puttane), e via andare con tutti gli stereotipi possibili.

Ovvio che il rifiuto del santino pre-confezionato abbia generato una reazione di costume che sommariamente potremmo definire (mi perdoneranno gli studiosi seri) alla Sex& The City. Abbiamo visto tutti la famosa serie americana che raccontava le storie incrociate di quattro amiche a New York, esaltandone la complicità e il legame, ma soprattutto uno stile di vita e comportamento glamour e (soprattutto) sessualmente libero. Anche quel modello aveva un senso e un perché “storici”, legati al momento: ma è evidente che essere femministe oggi è un’altra cosa e mi pare che abbia più a che vedere con le lotte quotidiane in casa, sul lavoro e nell’educazione dei figli che con la spregiudicatezza fine a se stessa. 
Tutte abbiamo sognato le Manolo Blahnik, insomma, ma alla fine della fiera la lotta vera è ancora contro quell* che praticano una misoginia consapevole andandone fieri, e che bisognerebbe analizzare e sbertucciare senza pietà. Su fenomeni come le “Women against feminism” e le paraculate politico-editoriali alla “Sposati e sii sottomessa”, che queste sì, spaccano i rapporti tra i generi in maniera irresponsabile, va fatta una riflessione, stando attenti a non liquidarli come fenomeni irrilevanti.

Sulla misoginia inconsapevole, soprattutto nel linguaggio, la strada è più lunga, e coinvolge le stesse donne. Esiste infatti una misoginia femminile, che si esprime secondo i modelli maschili per assecondarli. Il primo esempio che mi viene in mente è quello dell’estetica. Classificare e valutare qualcuna (raramente qualcuno) secondo criteri fisici dovrebbe essere secondario se non irrilevante, a meno che non si tratti di un concorso di bellezza. 
Abbiamo invece coltivato, in Italia, una lunga tradizione di “estetica al potere”, col berlusconismo prima e con alcune ragazze oggi, che pur ricoprendo un ruolo istituzionale non sembrano comprenderne il senso. Che non è quello di far riferimento all’estetista, per dire. Dalla quale peraltro andremmo volentieri tutte, tempo, denari e vita quotidiana permettendo, quindi che c’è di nuovo o eccezionale?

In conclusione: c’è ancora bisogno del femminismo oggi? Io sostengo energicamente di sì. E perché dovremmo essere tutti energicamente femministi? Non certo per questioni di “politicamente corretto”, quanto per questioni di buon senso e civiltà. 
Amici uomini, fatevelo dire: dovete ribellarvi agli stereotipi demenziali che vi dipingono come una massa indistinta di boccaloni assatanati (nel migliore dei casi), di violenti, di inetti incapaci di sopravvivere senza l’angelo del focolare, di decerebrati animati solo dagli istinti primari. Ma non vi fa arrabbiare?

Il mondo progredisce, anche nei costumi: meglio lavorare insieme nella stessa direzione (e magari le donne impareranno a giocare con le stesse regole di lobby, magari), che fare resistenza al progresso.

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