Ovvero, conoscere di nuovo o essere illuminati per la prima volta.
È più frequente la seconda opzione, anche se spesso non ce ne rendiamo conto perché troppo giovani o impegnati: ma se dopo trent’anni un’amicizia vive ancora e lotta insieme a noi è perché la fortuna ci ha fatti riconoscere fra decine di persone annoiate o poco attente.
Ci siamo riconosciuti come simili anche negli amori più riusciti, con un senso di miracolo che è forse l’unico concesso nelle nostre vite ordinarie. Il riconoscersi scardina la solitudine, apre una crepa nella pigrizia, ma soprattutto provoca allegria stupida e a casaccio.

Come quella canzone che elencava le cose in comune, scopriamo con stupore che oltre a ‘ballare sorridere fare l’amore’ che insomma sono evergreen, ci possono essere anche visioni del mondo condivise, sguardi sulla realtà, azioni e reazioni che riusciamo perfino a prevedere. Sorridendo, però.

Nell’amicizia è una costruzione lenta e solida, una specie di Das della nostra infanzia che si trasforma in cemento armato e poi è tenuto su con la benzina della fiducia; nell’amore è talvolta un’improvvisa epifania, la rivelazione di un’altra vita possibile.
Gli effetti sono imprevedibili e variano da un positivo paragonabile alla scoperta della penicillina al negativo della maledizione del faraone egizio quando si viola la tomba di Tutankhamon.
Riconoscersi è comunque faticoso e interessante, elettrizzante e consolante. Perchè certo gli opposti si attraggono, ma dopo un po’ si stufano.

‪#‎LetteraR‬

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