Le onde del destino, come il film di quel regista un po’ matto, spesso ci travolgono: a volte felicemente, spesso lasciandoci storditi sulla riva dei nostri soliti giorni. La felicità è un’onda, così come la tristezza e la mancanza. Mentre la malinconia ristagna piano, la gioia scoppietta e sbrilluccica sulla riva.
È quando ci arrabattiamo per analizzare e spiegare e spiegarci cosa sta accadendo, che capiamo che sarebbe stato meglio studiare meno e praticare più il windsurf. O forse no?
Le onde sono la metafora più metafora di tutte, raccontano di amicizie che crescono e si interrompono e ritornano, di amori che ricompaiono o arrivano improvvisi, ognuno con una risacca diversa. A volte piccola e lieve, altre così forte da non lasciarci più andare.
Stando attenti si potrebbe anche sentire il suono, quasi il canto, delle onde: è il rumore di fondo della nostra anima quando incontra l’imprevisto, quella cosa che amiamo odiare, e decide di farci due chiacchiere, o mentre affronta l’onda grande e cattiva e urla più forte di lei.
“Onda su onda, il mare ci porterà/alla deriva/in balia di una sorte bizzarra e cattiva”: spiace dirlo, ma stavolta il poeta non ha proprio ragione.
Le onde possono anche sommergerci e poi ritirarsi, e nel frattempo noi avremo imparato a nuotare, andare sotto e riemergere, spesso anche canticchiando un po’ quella melodia.

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