“Le vent nous portera”, e infatti in questi giorni soffia un maestrale forte, che ha finalmente squarciato la cappa di caldo paralizzante che ci impediva di fare.
Di dire, fare, baciare, lettera e testamento: come in una formula magica, l’irrequietezza ci risveglia dal torpore. È il non sapere dove mettersi, nei casi peggiori con chi; è il sentirsi strani e a pezzettini, ma comunque vitali e in ascolto. L’irrequieto cerca qualcosa, osserva il mondo intorno nella beata speranza che i pezzetti vadano a posto, anche se sa che non lo faranno da soli.
Anche se d’accordo con Ungaretti e l’amore come “quiete accesa”, va detto che la realtà è più complessa, mutevole, agitata, proprio come il maestrale forte che pulisce il cielo e un po’ incasina.
L’irrequietezza- da non confondere con la cugina ansia e la zia di secondo grado insoddisfazione perenne- è anche un gattino che non dobbiamo accarezzare troppo, facile al compiacimento e all’auto commiserazione.
La buona notizia è che calmarsi è possibile, almeno per qualche momento: funzionano bene un vestito nuovo, un pranzo fuori, vedere una persona amica che ci infonda allegria e che per un po’ ci faccia dimenticare quei noiosi che siamo.
Poi tutto ricomincerà, almeno finché non finisce questo benedetto/maledetto maestrale.

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