Quando piove lo skyline di questo quartiere è ancora più triste del solito: al grigio indeciso delle case si somma quello della pioggia e anche quella lettera “A” gigante sul tetto di un palazzo, più che un momento di esaltazione alfabetica per la promozione nella massima serie calcistica, fa malinconia.
Ci ho fatto una breve passeggiata, alle due del pomeriggio: orario di parcheggi deserti, pullman che non passano, bambini da riprendere all’asilo. Ho visto: altarini con la Madonna e i sette nani, altalene in buono stato, bar e panificio con l’insegna dipinta direttamente sul muro, un mare bellissimo a cinquecanto metri di distanza, frasi inneggianti ai facili costumi di tale katia scritti con lo spray a fianco al nido dei miei figli, vicino al quale peraltro qualche sera fa hanno gambizzato un tizio.

E’ un quartiere che gli altri cagliaritani, me compresa, probabilmente conoscono poco, o per sentito dire:  sarà mica per qual cavalcavia dell’asse di scorrimento veloce che lo taglia fuori dal resto della città? quando ci si passa sotto per entrare in un quartiere che come tutti gli altri è fatto di palazzi, persone, spiazzi scalcagnati e qualche gioco per bambini qua e là, asilo e scuola e botteghe, sembra di entrare in un’altra città, e forse era proprio questa l’intenzione di chi l’ha progettato. Quartieri “ghetto”, li chiamano, ma mica ci sono nati, ghetto. Ci diventano, ovviamente, quando sono lontani dal resto della città conosciuta, ben separati dai parcheggi di uno stadio, abilmente strutturati in palazzoni popolari ormai fatiscenti, quando per arrivare nelle altre zone della città devi cambiare mediamente due pullman, e altri dettagli vari ed eventuali, notati in una passeggiata qualunque lunga nemmeno un chilometro, certo senza bisogno di essere un architetto.

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