Eppure anche i poeti sbagliano, per quanto ci possa sembrare assurdo.
E’ luglio il mese più crudele, non aprile: Thomas S. Eliot [Aprile è il più crudele dei mesi, genera / Lillà da terra morta, confondendo / Memoria e desiderio, risvegliando / Le radici sopite con la pioggia della primavera] non conosceva, con tutta evidenza, l’estate italiana – e cagliaritana in particolare.

In questi giorni di luglio cammino molto per le strade della mia città, più del solito, perché camminare e scrivere sono sempre state le cose che più mi calmano.
La perdita di una persona cara assomiglia a una piccola esplosione nucleare, una Chernobyl in miniatura per cui da un momento all’altro il paesaggio interiore, e spesso anche esterno, cambia: per ritrovarsi in una “terra desolata” basta appunto un messaggio WhatsApp, con buona pace di Eliot.
Subito ho pensato a quel verso: Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio.*
E poi, dopo poco: “…mi fa paura il silenzio / ma non sopporto il rumore” **.

E’ proprio il rumore il problema vero del nostro tempo, in cui abbiamo raggiunto la perfetta riproducibilità tecnica del dolore, ovvero la riproposizione costante degli eventi, il lutto commentato, l’algoritmo soddisfatto, la rappresentazione multiforme della persona che non c’è più- ma c’è ancora, nella nostra narrazione di lei. E’ il cortocircuito palese, globale, evidente, pubblico nella sua forma più violenta del meraviglioso concetto di Pessoa: “La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde, arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia”.

Ricostruire la sinfonia forse aiuta, forse no. Forse è una cura palliativa per l’assenza, una malattia cronica di cui non sopportiamo la durata, e forse anche la richiesta del mondo di tornare normali nei tempi giusti, socialmente accettabili. Non può durare troppo, il dolore di una mancanza: spaventa, incrina le certezze altrui, affatica chi ascolta, ancor prima di chi la prova.
E’ un viaggio lungo, mi dice un’amica, non opporti alla corrente. La “direzione ostinata e contraria” che ho praticato spesso non serve in un mondo in cui
…Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Ripensandoci, i poeti hanno ragione, o almeno Wislawa Szymborska, certamente. Mentre cammino per le strade di questa città che amiamo tanto, perché è fatta come noi e noi come lei, penso alle sue “chiome di capperi di un verde che ride”, come scriveva Sergio Atzeni, e come sempre mi commuovo.

Questa volta però brucia, anche se ho visto davvero combattere “la buona battaglia” (Paolo di Tarso), anche se credo che tutto sia utile e so che l’anima è fatta così, “…Gioia e tristezza non sono per lei due sentimenti diversi. E’ presente accanto a noi / solo quando essi sono uniti.” (Szymborska).

Brucia. Eppure la strada è solo questa, senza alternativa.
La strada, come scrive Cormac Mc Carthy, è soltanto una per ogni uomo; al netto degli eventi, delle scelte e della nostra volontà, è un percorso solitario fatto di resistenza e tenuta, di sguardi da lontano, di incontri fortunati o beffardi in cui tutto quello che possiamo fare è onorare ciò che è vero.

E’ un concetto molto alto, assoluto, che le persone alte e assolute capiscono prima e qualche volta provano a spiegarci: però, ecco, non sempre le capiamo bene, e subito. Ci vuole, qualche volta, una piccola e crudele Chernobyl.

Beauty is truth, truth beauty, – that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.
Bellezza è verità, verità è bellezza, – questo solo
Sulla Terra sapete, ed è quanto basta.

 

[John Keats]

* [il verso è del poeta titaliano Valentino Zeichen]
** [la canzone è “Povero me” di Francesco De Gregori]

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