I social network sono uno strumento fantastico, è evidente. Come ogni strumento possono essere utilizzati in maniera utile o impropria, è quello che cerco continuamente di spiegare agli ayatollah del “prima stavamo meglio” (forse quando c’erano solo le cabine telefoniche o le Poste Italiane?).

Se siamo persone interessanti, lo siamo a prescindere, e così anche per altre caratteristiche: curiosità (e tendenza al pettegolezzo: o pensiamo forse che prima la gente non s’impicciasse?), tendenza alla condivisione di determinati contenuti (brutti, belli, utili o inutili), piacevolezza o sgradevolezza, ironia, pedanteria, volgarità.

E’ vero che Facebook, Twitter, Instagram e altri (la chat Whatsapp è il mezzo che sta più al confine tra utilità e potenziale di stalking) sembrano avere un effetto di “induzione” e moltiplicazione del normale desiderio di esprimersi e mostrarsi: in altre parole, postiamo fotografie e pensieri e post nostri e altrui perché è facile farlo. Con l’avvento degli smartphone a offerta “democratica”,alla portata di tutti, poi il meccanismo è davvero cresciuto in maniera esponenziale.

Anche l’uso che ne fa (o non ne fa) la politica dovrebbe a mio avviso essere valutato in maniera più laica possibile: trattasi di strumenti di comunicazione e propaganda adeguati ai tempi. Come in ogni settore, è istruttivo osservare le modalità di utilizzo, e questo vale anche in scala infinitamente più piccola, ovvero nell’uso di noi comuni mortali.

Quanto e come usiamo i social, blog e chat compresi? Cosa postiamo? Se una cosa ci piace e/o la riteniamo utile, la condividiamo oppure la teniamo per noi?

Ma soprattutto, come ci comportiamo con le cose che proprio non ci piacciono?

Le condividiamo- facendole così circolare e portandole a conoscenza anche di chi ne ignorava l’esistenza, magari correndandole con un’aspra critica oppure perfino con “odio” gratuito- oppure le ignoriamo?

La questione mi appassiona. Qualcuno mi dice che le voci critiche,anche aspre, anche, appunto, senza motivazioni apparenti o circostanziate, sono utili, soprattutto nei riguardi di quei fenomeni di massa oggettivamente discutibili (catene di Sant’Antonio, foto di gattini, deliri complottisti, “arte” di iper-trans-pseudo avanguardia, luoghi comuni di ogni ordine e grado, nazionalismi, razzismi, scemismi).

Cioè, qualcuno dove pur dire che in giro ci sono anche delle “cagate pazzesche”.

L’ “odio”, insomma, in qualsiasi sua gradazione, avrebbe addirittura una funzione sociale, di risveglio delle coscienze intorpidite dal “volemose bene” virtuale, che è anche questo oggettivamente facilissimo.
Un cuore instagrammato o un “like” facebookiano non si nega a nessuno. Anche questo non è vero, però: esiste un’altra via, che è quella dell’ignorare quello che non ci piace, contribuendo all’oblìo, o meglio non contribuendo alla sua notorietà. Il dibattito, le critiche, le opinioni differenti possono svilupparsi comunque. O no? O forse questa selezione “alla fonte” denota pigrizia intellettuale, perfino velata di paraculismo e delle tendenza a non esporsi mai?

Può comunque rappresentare, nel mio immaginario personale in cui molti casi sono stati archiviati perchè irrisolvibili (cioè hanno sforato la soglia in cui una critica ha un senso, sono classificati come irrecuperabili), una variante della mia idea della  comunicazione ecologica, insomma.
Meno soddisfacente forse, più lenta, forse poco utile perché meno immediata e meno auto-promozionale (perché anche quello che mostriamo di detestare struttura la nostra immagine pubblica).

Io propendo decisamente per la seconda soluzione, che oltretutto fa risparmiare tempo. E voi?

(l’immagine è di Davide Cabras)

 

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