Piangere al supermercato è triste, si abbina alla giornata grigia in maniera banale. Le confezioni di tonno in scatola mi guardano dallo scaffale, le signore con la piega fresca di parrucchiere anche, di sottecchi, mentre passano trascinando il loro carrello. Mi detesto, ma lo faccio lo stesso.
Lo faccio perché mi farà stare meglio dopo, perché si può piangere anche per orgoglio, per una piccola delusione, perché capire che si è migliori di qualcun altro mette, a volte, una malinconia insopportabile.

L’ho incrociato appena un’ora fa, sul marciapiede che da casa mia porta a questo “iper” di un qualche tipo- ipermercato, ipercomprare, iperannoiarsi, iperpiangere– e mi è caduta addosso la malinconia cattiva. Mica quella creativa che addolcisce la pioggia, zucchera l’amaro degli addii, rimescola le carte e poi ti sembra per un attimo di poter calare un asso.
No, la malinconia cattiva è il sentirsi soli senza speranza, lo sgomento del mondo a rovescio, o di non essersi abituate agli stronzi- e il non volerlo fare mai, mi costasse ancora qualche striscia di mascara colato tra le corsie di un indifferente ipermercato.

Insomma, lui: lavoriamo nello stesso edificio ma non ci eravamo mai visti prima di quell’addio al celibato. Il suo, per la precisione.
La settimana dopo andava in Argentina a sposare la sua fidanzata argentina per tornare indietro con lei.
Ci siamo seduti a parlare di libri, sogni, amore. Lui ha studiato letteratura inglese, davvero ti piace Virginia Woolf?, ci ho fatto pure una tesina. Tutto molto bello. Finché non mi ha confessato che non si vuole sposare.
Che lui adora i Beatles, conosce tutte le canzoni dei REM- anche tu, incredibile!- invece la sua ragazza non sa manco chi sono. Come fare? Sono cose gravi. 
E da lì in poi il repertorio, la collezione di farfalle, la poesia che l’amore è tempistica, infatti guarda, guardati, sei meravigliosa, sei qui di fronte a me e io mi sposo fra due settimane. Aiuto io non mi voglio sposare. Non sono sicuro che sia lei la donna per me. Non le piacciono i Beatles. E poi ci sei tu, guardati, guarda come sei, poi ti piacciono i Rem, come me. Ho paura.

Devo riconoscergli che bacia discretamente- non è didascalico come certi che senti che hanno letto le istruzioni da adolescenti e ancora lì sono- e che non mi ha mai permesso di pagare neanche una delle numerose birre della serata.

Ma: l’ho rivisto al lavoro- mai incrociato prima, ora già tre volte in due settimane, al braccio della moglie argentina che non conosce le canzoni della vita- e ha sempre abbassato lo sguardo, mai neanche salutata. Come se la discografia in comune non contasse nulla, per dire.
E poi, un’ora fa, l’ho incrociato su questo marciapiede anonimo, uguale a mille altri marciapiedi anche in giornate migliori e non grigioferro come questa- e ancora ci ha provato. Ad abbassare lo sguardo, a evitarmi, a recuperare il cellulare per guardare un improvviso messaggio, insomma pure prevedibile che la metà basterebbe.

Ma stavolta mi concedo un lusso: quello della verità. E rallento, sollevo bene la testa, lo fisso in faccia. Non mollo nemmeno quando mi supera, mi volto persino quando mi ha superata. Lo fisso, serena, quasi incuriosita, finché non rallenta anche lui. Una smorfia di stupore addolorato, un poco rosso in faccia, si ferma: ehm, ciao. Ma anche tu lavori…?
Eh sì, caro, anche io lavoro lì. Sì, mi ricordo dell’addio al celibato. Sì, mi ricordo che avevamo bevuto un bel po’, ma soprattutto mi ricordo che ti piacciono i Beatles e che hai detto che tua moglie non è la donna per te.

Mi dispiace, ma mi dovrai dire ciao quando mi vedi.

Sulla via del ritorno cammino lenta- non vorrei che qualche piccolo movimento tellurico interiore scatenasse ancora le due lacrime residue e il tracollo definitivo del fondotinta, il migliore amico di una ragazza in certe giornate insopportabilmente banali.
Vedo in lontananza la bancarella dei fiori, che forse è comparsa ora per uno strano miracolo o forse era già lì ma ero troppo malinconicamente arrabbiata o rabbiosamente immalinconita per notarla. Improvvisamente mi viene voglia di fresco, di vivo, di colorato.

Improvvisamente mi viene ancora voglia di vero, e quasi provo tenerezza per il poveretto che doveva sposarsi, o forse no, gli piacciono più i REM di sua moglie, ma soprattutto non si piace, lui.Quindi, siccome ho voglia di vero, mi compro solo una rosa: che, come scriveva qualcuna,è appunto solo e sempre “una rosa una rosa una rosa”, no?

E poi, anche la mia adorata Virginia ha mandato per prima cosa la signora Dalloway a comprare i fiori.

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