E’ tutto bianco, fuori.
Montagne disegnate col pennarello, troppo nitide per essere vere, incongrue rispetto al caldo rassicurante dello scompartimento di questo treno rosso. Il bianco è freddo, il rosso è caldo.
Il cerchio alla testa non accenna a scemare, tanto che si chiede come farà a sopportare tutto il viaggio.
Anna si è dimenticata in un’altra borsa il suo migliore amico, l’ibuprofene in pastiglie, e quando ha preso questa si è dimenticata di mettercelo dentro. Si è dimenticata un sacco di altre cose nella fretta, e non ha voglia di tornare indietro. Non potrebbe farlo, anche se volesse; ma non vuole, si ripete mentre la tempia destra pulsa a ritmo degli scossoni del treno.

A peggiorare le cose, l’allegra combriccola seduta a fianco: lo stretto passaggio fra i sedili che hanno questi vecchi treni è sottile come un capello, l’agitazione di quella che sembra una riunione di lavoro estemporanea la innervosisce. Sono in tre, due uomini e una donna. Giacca e cravatta, pantaloni troppo stretti: ma il capo, Anna lo riconosce subito, è quello con lo spezzato un po’ largo, la scarpa marrone, gli occhiali fuori moda – senza montatura, figuriamoci-, che se ne frega del calzino giusto, perché semplicemente può farlo. Gli altri due sono giovani, uno con l’abito blu e la camicia slim, come si dice adesso, l’altra ben vestita, classica senza brio, così la registra lo sguardo di Anna.
“Allora la presentazione ce l’hai pronta?”, chiede Scarpa Marrone senza tanti preamboli al ragazzo slim.

Fuori dal finestrino nevica forte, fitto, zitto. La risposta si perde nella neve, che attutisce i suoni, forse anche le sensazioni. Magari anche il mal di testa.

Senza alcuna ragione particolare Anna ripensa ai suoi dischi, ai suoi Cd che ha lasciato indietro. Mi piacerebbe un po’ di musica, adesso, e forse non l’ha solo pensato ma anche detto, perché la donna del gruppetto “Riunione Definitiva Del Lavoro Più Importante Del Mondo” la guarda incuriosita.

E’ giovane anche lei, più giovane di Anna, ben vestita con un abito intero e una scarpa col tacco alto e i capelli freschi di parrucchiere; risponde precisa alle domande del capo “Scarpa Marrone”, e lui e il ragazzo slim la guardano annuendo.
“…precisi, ficcanti… più aggressivi, diciamo”, la micro-conferenza del capo si perde un po’ fra una curva e l’altra di questo percorso ferroviario che ricorda un film romantico del secolo scorso, di quelli dove l’eroina muore o qualcuno alla fine ritorna, ma troppo tardi.
E’ una questione di tempismo, pensa Anna: se me ne fossi andata prima, adesso non avrei questo mal di testa che mi perseguita da giorni, o almeno mi sarebbe già passato. Non ci sarebbe così caldo qui dentro.
Lo scompartimento è semivuoto, il riscaldamento è al massimo e le calze lunghe, in lana, sono state un errore.
Erano sempre criticatissime, sembri una vecchia zia, diceva. Non potresti metterti qualcosa di più carino qualche volta? L’ultimo esperimento, un vestito molto aderente color prugna con le calze trasparenti e la scarpa alta, era in effetti andato piuttosto bene. Almeno per la cena e il dopo cena, dalla mattina dopo erano ricominciati gli sguardi bionici, li chiamava lei. Cioè quelli che ti trapassano senza vederti.

Adesso è lei che guarda il paesaggio innevato trovandolo tutto uguale, anche se sa che non è così. La neve copre tutte le cose, ma sotto la terra le foglie e gli animali ci sono, silenziosi e vitali, o forse si riposano aspettando tempi migliori. Migliori. Migliorerà.

La parola ha un suono musicale, sconosciuto e bello, come un elastico, e Anna si è distratta mentre ci pensava e la vedeva materializzarsi davanti ai suoi occhi. Non si è accorta del piccolo trambusto di fianco a lei: Scarpa Marrone si sta rumorosamente alzando. “Scusate, ehm, devo..vado…sì, il bagno”.

Urta il gomito di Anna, si scusa brevemente, in automatico. Mentre apre la porta che divide le carrozze tutto ha un sussulto, è come stare sulla base oscillante di un trapezio, per un attimo. La porta si chiude con un rumore forte, chissà poi dov’è la toilette in questo vecchio treno rosso.

E’ un attimo, improvviso come lo sarebbe adesso un cervo in mezzo agli alberi o una macchia di sangue sulla neve: i due non sembrano nemmeno essersi guardati, prima, o così sembra ad Anna. Lui è seduto di fronte a lei, e le tira piano ma con decisione il braccio. La tira verso di sé, lentamente ma senza fermarsi, lei si muove rapida, finché quasi gli è in braccio. Saranno passati forse trenta secondi da quando il capo, Scarpa Marrone, è sparito dietro alla porta scorrevole.

Si baciano con una precisione da vecchi amanti, senza sprecare neanche un secondo, completamente ignari del resto: il caldo, le luci, la passeggera seduta a poche decine di centimetri da loro, il rumore di ferraglia che copre tutto, il luogo, il momento. Si baciano e basta, Anna li guarda sgomenta: potrebbe succedere qualunque cosa e il momento rimarrebbe fermo, pietrificato, come in una fotografia. Tutto è silenzio intorno: loro che si baciano con furia controllata, lei che li guarda e nemmeno si ricorda se c’è qualcun altro nello scompartimento.

Fuori è tutto bianco, non si vedono più neanche gli alberi o le curve del tracciato ferroviario: è solo una nube grande e densa che si appiccica ai finestrini.
La ragazza elegante (classica, aveva pensato. Calze non troppo coprenti, quaranta denari) tiene il volto del ragazzo con entrambe le mani, saldamente. Lo tiene attaccato al suo, le ginocchia dentro quelle di lui, entrambi protesi l’uno verso l’altra con una indifferenza mortale per tutto il resto.
Anna li osserva senza riuscire a smettere, non ricordava che questa cosa potesse esistere, li guarda come guarderebbe una pioggia forte, gli animali che si sbranano, come si stupiva per i panorami sconosciuti di certi documentari della domenica pomeriggio.

Dopo poco, non saprebbe dirlo con esattezza, la ragazza e il ragazzo si staccano come se fosse suonato un campanello: si risvegliano e tornano vigili, senza neanche una parola. Il ragazzo guarda Anna senza vederla veramente, ma lei percepisce lo sguardo di lui che si rischiara, mentre la ragazza si tira un po’ giù il vestito, sbrigativa e precisa.
Saranno passati forse tre, quattro minuti da quando il loro capo se n’è andato; i due si guardano, in silenzio. Si sono separati con la stessa rapidità con cui si erano avvicinati prima; con la stessa serenità i volti si ricompongono, così anche un sorriso leggero e cortese. La ragazza accavalla le gambe con eleganza, appena in tempo per vedere arrivare Scarpa Marrone di ritorno dalla toilette.

Lui raggiunge il suo posto, si siede – stavolta non ha urtato Anna, forse perché anche lei si è spostata impercettibilmente sul suo sedile- e asciugandosi le mani umide un po’ all’aria e un po’ sui pantaloni domanda: “Quindi? Quante slides abbiamo deciso di fare?”. I due annuiscono con cortesia, riprendono la conversazione da dove si era interrotta. Precisi.

Anna stacca l’audio. Le capita spesso, soprattutto quando è annoiata o turbata. Lo faceva spesso anche con lui, vedeva solo il viso che si muoveva ma non sentiva più le parole, che in gran parte dei casi conosceva a memoria. Stavolta guarda la scena che le si snoda accanto con un misto di curiosità e tenerezza, e improvvisamente si accorge di due cose: il mal di testa è passato e fuori ha smesso di nevicare.

Manca poco all’arrivo, in un luogo che non conosce ancora. Controlla la borsa, e questa volta le sembra che dentro ci sia tutto il necessario.

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