Ecco, l’ho detto. Il concetto, così chiaro e bello nella sua semplicità, è quello che ho cercato di spiegare a quelle persone che ultimamente mi hanno detto, probabilmente anche a scopo consolatorio, “beh, immagino che [di cercarti un lavoro “vero”, lavorare, ricominciare a farlo] non ci pensi neanche”, oppure “ora magari preferisci stare a casa e goderti i bambini, eh”.

Io, che non ho mai pensato, come qualcuno suggerisce, che la cosa essenziale fosse trovarsi un marito anche e soprattutto per ragioni economiche, ci sono rimasta un po’ male. Poi ho ripensato a chi mi ha fatto notare che attualmente il mio mondo “è certamente migliore di quello fuori”, e mi è venuta la solita tristezza.

Ho pensato alla soglia di due milioni di disoccupati in Italia, quelli ufficiali s’intende, ovvero in qualche modo individuabili dalle statistiche (quindi iscritti a liste di collocamento, all’Inps per la disoccupazione eccetera), e mi sono chiesta se anche a loro, semplicemente, lavorare piacerebbe, oltre alla ovvia necessità di mantenimento.

Oggi va così: sento che la generazione perduta di chi è stato “tradito”, o semplicemente deluso dal “mondo fuori”, è soprattutto la mia: psicologhe che promuovono cesti natalizi nei centri commerciali, giornaliste che fanno le segretarie a cottimo, quasi avvocati che seguono gli asini delle scuole di recupero anni, biologi che lavano piatti nei ristoranti e via così.
Non perché i lavori sopraccitati valgano poco, anzi: come ogni lavoro onesto hanno dignità, rendono un servizio, e rientrano nel famoso “mi piace lavorare” inteso come attività utile a qualcuno, fosse anche solo a se stessi. Il problema è che nella maggior parte dei casi non c’entrano nulla con chi li svolge, e la minaccia quasi certezza è che non ci sarà miglioramento ma anzi una stasi eterna, soprattutto se sei nato negli anni 70 e hai mancato in pieno il tempo dei tuoi genitori, che più o meno facevano quello che pareva a loro e comunque in qualche modo cadevano in piedi.
Noi, al limite, cadiamo di faccia, rompendocela.

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5 comments

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Prima di andare in culolandia ( permettimi sta volgarità) lavoravo da 6 ANNI (!!!!) con un co.co.dè all'UNI. contratto rinnovato ogni 6 mesi, ricatti, rientri, badge, controlli…

meglio fare ciò che mi piace e per cui ho studiato nella precarità più totale, in un paese che non mi da alcun sostegno e diritto o scegliere cosa, dove e per quante ore di un lavoro che non c'entra nulla con me, ma che è pagato il giusto, mi fa godere la mia famiglia, mi da tempo per viaggiare, in un paese che il mio non è ma in cui mi rispettano come individuo?

detto ciò, mi manca casa!:-)))

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Biblicamente parlando, il lavoro umano nasce come maledizione divina. Mentre tutto ciò che di più bello e alto c'è nella nostra cultura ha origine dall'otium (ozio) di certi intellettuali fancazzisti. Ricollocatevi gente!

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Non solo si cade di faccia ma ci sono pure quelli che bloccano le mani per evitare che uno si difenda 🙁

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Basterebbe lavorare meno per lavorare tutti. Non solo uno slogan, ma un'indicazione precisa di riorganizzazione del lavoro. Perchè i nostri politici non ci pensano? Troppo intelligente.
p.s.
Nostri politici, si fa per dire…

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sigh…

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