La premessa è questa, off the record: dopo aver provato l’esperienza di una convention del PdL, per smettere di canticchiare Meno male che Silvio c’è ho dovuto ascoltare Smoke on the water dei Deep Purple per 15 volte di fila…
Tra sardi da convertire e missionari, il futuro ha il pollice verde e meno male che Silvio c’è (L’AltraVoce, 11/01/2009)
Per un suggestivo attimo il padiglione E della Fiera campionaria di Cagliari non è stato più quello dove di solito mettono le barche in esposizione, ma si è trasformato in una specie di corte di Re Artù: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha immaginato di brandire uno spadone per praticare l’investitura ai suoi cavalieri – “…sulla spalla destra, quella sinistra non ce la facciamo”- per farli “missionari di convincimento”. Prima che la musica assordante riprendesse vigore, Berlusconi ha avuto anche il tempo di raccomandare: “…Andate e convertite la gente di Sardegna”.
È il gran finale della prima tappa “ufficiale” della campagna elettorale di Ugo Cappellacci, sfidante del governatore uscente Renato Soru alla guida della Sardegna.
Un richiamo al pressing sugli indecisi, dunque, forse perché anche nel centrodestra si avverte il rischio dell’ astensionismo, o per meglio dire sui perplessi. Perché se è bizzarro solo pensare che un elettore del Popolo delle Libertà possa essere indeciso su chi votare fra Renato Soru e Ugo Cappellacci – e non solo per mero “spirito di corpo”, quanto proprio per opposte visioni e approcci al mondo – è anche vero che il candidato del Pdl è relativamente poco conosciuto dalla massa dell’elettorato, e l’improvvisa accelerata dei tempi non aiuta a costruire una notorietà e una credibilità elettoralmente efficaci.
Quindi saranno in tutto nove, promette (o minaccia?) Berlusconi, le occasioni in cui scenderà in campo al fianco di Cappellacci, persona “positiva, pragmatica, che non è un politico di professione…ma uno che è nella trincea del lavoro” e, precisazione che sembra curiosa, “è un sardo DOC”.
Sulla denominazione di origine controllata della sarditudine di Cappellacci nulla da eccepire, lui stesso preciserà che indietro fino almeno al trisnonno sono tutti nati nell’isola, e comunque il nascere qui non è condicio sine qua non per fare il politico, o almeno è sperabile.
Per quanto riguarda le “trincee del lavoro”, è bene ricordare che sono quelle quotidiane di chi non ce l’ha, di chi deve mendicarlo, di chi lavora a cottimo (ovvero è “flessibile”) e di chi non ne può più di come funziona in Sardegna.
Però, mi sono detta riprendendomi dal sobbalzo involontario (o era il volume altissimo?), è meglio non essere pibinchi (pignoli, NdR) altrimenti il rischio è quello di sembrare poco ottimisti, e il punto è che “…non ho mai visto un pessimista raggiungere un risultato”, ha spiegato Berlusconi in apertura, prima di ribadire di essere innamorato della Sardegna.
Vabbè, sarà anche l’era dell’ottimismo, ma la platea, anche se evidentemente ricambia l’amore, è sembrata un po’ spenta, nonostante o forse in proporzione all’atmosfera: prima la musica ininterrotta, con il celeberrimo Meno male che Silvio c’è in versione karaoke con sottotitoli e l’intensa Azzurra Libertà, poi i due interventi un po’ lunghi del premier (soprattutto il secondo) intervallati da quello di Cappellacci.
L’impressione è che i due protagonisti della serata seguano una rigida scaletta, e dicano proprio quello che il popolo delle libertà ha bisogno, e voglia, di sentirsi dire: che la “nostra” Sardegna vuole “tornare a sorridere” e scuotersi dal grigiore soriano, che il sardo (come l’asino…), “lo freghi una volta Soru” , stravagante gioco di parole fra sola/scetti/soru, che tutto, in buona sostanza, migliorerà.
Come, non si è ben capito nel dettaglio, ma le intenzioni ci sono tutte, soprattutto la prima: “Abrogare tutte le norme verticistiche, di chiusura, della giunta Soru”.

Unico fuori programma, la protesta di alcuni studenti che hanno fischiato e gridato “Fuori i soldi per l’università” e sono stati allontanati dalla sicurezza. Mentre le persone al mio fianco commentavano “che rompiscatole….buffoni idioti”, Berlusconi chiosava serafico: “Avete visto un motivo fondamentale per cui noi italiani non possiamo votare per questa sinistra. Noi da liberali quali siamo, col nostro amore per la libertà e per la democrazia, mai ci sogneremmo di andare a disturbare una libera manifestazione degli altri…”.
Alla fiera erano presenti circa quattromila persone, a spanne, con una età media che è sembrata abbastanza elevata e che ha accolto Ugo Cappellacci con calore, spronata dall’illustre mentore.
Il candidato azzurro, comprensibilmente emozionato e un po’ enfatico, ha ricordato l’importanza del voto e ha sottolineato di preferire “la solidarietà della coesione” all’ “egoismo solitario”, prefigurando la creazione di almeno centomila posti di lavoro, perché “la prima grande impresa siamo noi stessi”. Non manca il richiamo all’identità, che sempre più si configura come una delle variabili importanti di questa campagna, quasi a confermare il timore del “colonizzatore” evocato qualche giorno fa da Soru (ma Berlusconi ha già affrontato il tema in apertura, scherzando sulla bandana “da pirata”).
È comunque interessante segnalare che il pubblico intorpidito (saranno state le luci accecanti?) ha dato segni di ripresa ogni qualvolta si è fatto un accenno, ovviamente negativo, a Renato Soru, segno che la sfida ha una impronta assolutamente personalistica e che le stesse cose che in alcuni suscitano stima, ammirazione o addirittura culto della persona del governatore sono esattamente le stesse per le quali gli altri lo detestano.
La chiusura dell’incontro è stata affidata nuovamente a Silvio Berlusconi, che ha fatto un riassunto e un ripasso generale dell’attività del suo governo, spaziando dalle necessarie centrali nucleari al debito pubblico ereditato dal passato, dall’evasione fiscale al pericolo di una nuova guerra fredda con i missili di Russia e Europa reciprocamente puntati.
Per la Sardegna, alcuni consigli di destagionalizzazione del turismo (lo si dice solo da una trentina d’anni), di investimento sui settori produttivi tradizionali e le risorse naturali quali ad esempio l’oreficeria e, curiosamente, la macchia mediterranea, con le sue piante autoctone da valorizzare ed esportare, infine la raccomandazione del farsi, tutti, “missionari di convincimento”.
Mentre cercavo di raccapezzarmi fra spadoni, bandane, ottimismi e creatività, ho sentito – nonostante il roboante …Presidente siamo con te, meno male che Silvio c’è che non riesco più a smettere di canticchiare- un commento fulminante da un ragazzo nella folla: “..:Mah, quello che ho capito è che non dovevo fare l’ingegnere, ma il giardiniere”, e finalmente ho afferrato che il mio problema non è il tanto demodè “pessimismo della ragione”, quanto il mio notorio “pollice nero”!.

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1 Commento

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ci sei stata??? fantastico! che esperienza! beata!

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