Lunga, lunghissima vita al romanticismo.
Sì, quella roba che tutti dite che è morta e invece gode di ottima salute e appena può si ripresenta alla nostra porta, spesso con esiti imprevedibili; e solo allora capiamo che è bellissimo sentire forte, soffrire molto, gioire il doppio, perfino stare per un po’ in uno stato confusionale per cui i colori sono più forti e nitidi, lo sguardo si affina, gli odori e i sapori sono più veri, la luce ferisce e consola, anche.

Non c’entrano nulla le rose e i violini ma le parole sì, e ancora di più l’improvvisa scoperta che conosciamo e capiamo la realtà col nostro corpo, nel bene e e nel male. Il/la romantica se lo gode tutto, il momento magico in cui il mondo è più vero del solito, e quindi sa che tutto ha un senso: ridere, piangere, cantare e pure maledire, talvolta.

Brindiamo ai cuori che soffrono, come in “La La Land”,speriamo davvero che qualcun*, prima o poi, dica “tu -sono io”, come in Cime Tempestose, o di pensarlo noi.
Comunque vada, perchè il romantico lo sa bene che è una roulette russa (ma raramente muori, e comunque la tisi è passata di moda).
Il romanticismo se ne frega allegramente delle difficoltà, del cinismo, dei conti della serva applicati ai sentimenti: che tu sia nella brughiera inglese o in un campo di carciofi del Campidano, lui corre più veloce di te, di tutti.

Non fare resistenza, tanto non serve: tutto ha un senso, nulla è sprecato.

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