Siamo in campagna elettorale, in Sardegna: si voterà nel febbraio 2014 ( forse prima). Esattamente come l’ultima volta (un post del gennaio 2009), il concetto di identità, in tutte le sue sfumature, viene o verrà utilizzato come grimaldello per scardinare la diffidenza dell’elettore. Che è molto più deluso, incattivito e mediamente “ingrillito” (nell’accezione ampia di insofferenza alla politica in toto, alla “casta” basti chi siara, al volemose bene delle “larghe intese”) dell’ultima volta, ma sul quale, almeno nella nostra regione, basta mostrare una bandiera dei Quattro Mori che subito si commuove.

Il concetto di identità lo consideravo inafferrabile e intimo, e sono certa che anche se lo chiedessi domani al primo che incontro la risposta sarebbe ogni volta diversa; c’è chi lo identifica strettamente con la residenza o almeno la nascita in Sardegna, chi con la padronanza della lingua sarda, fino a considerarla un elemento di egemonia culturale e quindi politica, chi ancora tifa Cagliari e questo gli/le basta(anche se ultimamente ha scoperto l’esistenza del basket e della Dinamo).

I nostri emigrati, che soffrono ferocemente la nostalgia, ci mostrano anche oggi, anche i più giovani che pure conoscono il mondo globalizzato e piccolo, come l’esperienza comune e unificante della vita dei sardi è soprattutto quella della partenza, del lasciare l’isola, di solito su un traghetto, con un po’ di inquietudine, con il momento rovinato da una piccola farfalla nello stomaco, perché non è naturale staccarsi dalla terra e avere il tempo di vederla rimpicciolire in lontananza.
Viviamo, soprattutto quelli della mia generazione che non si sono strappati in tempo alla terra madre, il terrore di doverla lasciare o il rimpianto di non averlo saputo fare.
Ma qualche anno in più mi ha regalato la consapevolezza amara chenon basta vivere in un “paradiso terrestre” se non si è capaci o almeno disponibili a capirlo, a difenderlo se necessario, al di là degli stereotipi e delle furbate pre e post elettorali.

Non riesco e non voglio ridurre l’identità a macchietta: non ce la posso proprio fare ad iscrivermi al gruppo di Facebook “grazie a dio sono sardo” (e simili), anche perché non ho capito in che senso (se c’è). Non ce la posso fare a sentire le conduttrici televisive cinguettare sull’ “essere sardi”, o i fanatici del calcio parlato, oltre che giocato, associare la presenza di uno stadio alla dignità dei sardi tutti.
Non sopporto più gli scimprori tipo “mischino, vive a Milano, c’è la nebbia”, come se il clima mite e le spiagge fossero
davvero la cosa più importante, e che schifo il resto del pianeta. Non ce la posso nemmeno fare, ovviamente, ad assistere a discussioni “serie” in cui la lingua sarda o la provenienza campanilistica vengono elevate a parametro di sardità: se continuo così, però, andrà a finire che mi peggiorerà l’orticaria ogni volta che vedo una bandiera con i quattro Mori. 

Perché? Perché oltre ai simboli- che certo servono e strutturano il nostro senso di appartenenza ad una comunità, in questo caso al sentimento di un luogo prima che a un popolo, perché nel nostro caso non ce n’è uno, mi scuseranno gli indipendentisti- servono i fatti. Serve la serietà, oltre al romanticismo della saudade sarda, delle leggende un pò lombrosiane sul carattere dei sardi (?), insomma oltre alla serie di stereotipi che, appunto, mi hanno provocato la suddetta orticaria. Insomma, fatelo per me!

Ci ho pensato molto, qualche giorno fa, in occasione dell’assemblea pubblica in cui la Saras ha presentato il progetto “Eleonora” per la ricerca del metano nel sottosuolo di Arborea. La popolazione locale -e non solo- è fortemente contraria, e oltre ad averlo dimostrato nella maniera “classica” (bandiere, fischi, insomma un po’ di colore), l’ha bene argomentato con interventi seri, documentati, mettendoci insomma la faccia e il proprio tempo, l’impegno, lo studio. Tutte cose necessarie e concrete. Tutte cose che strutturano un impegno comune, e la comunità fa appartenenza. Quindi identità comune.

La prossima volta che ci lamentiamo della non-continuità territoriale, delle entrate fiscali, delle carceri Cayenna, delle servitù militari e non ultime delle industrie che scambiano posti di lavoro con impennata dei tumori e degli imprenditori-predatori, pensiamo alla differenza tra le parole e i fatti, tra le diatribe intellettuali-folcloristiche su cosa e chi e come si è sardi e i modi per renderlo effettivo e riconosciuto- praticamente- anche dal resto del mondo.

Perché il resto del mondo, fortunatamente, esiste.

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