In molti avranno visto la puntata di Annozero di giovedì 26 marzo, dedicata al “piano casa” del governo Berlusconi, alle sue possibili conseguenze in generale e in particolare in una regione come la Sardegna, in cui le coste rappresentano il nostro bene più prezioso e anche il bottino più appetibile per chi crede (e soprattutto, vuole credere) che “quando gira il mattone, gira l’economia”.

Lasciatemi dire che ho forti dubbi. Primo, perché migliaia di seconde case vuote non portano proprio un bel tubo di giro economico se non agli impresari edili che le hanno costruite, secondo perché la colata di cemento è sempre irreversibile. Concetto che non piace molto né al Partito della Libertà né tantomeno ai sardi, che ovunque e in ogni luogo – la spiaggia ma anche l’agro e le periferie che sembrano scorci di Sarajevo postbellica – si farebbero più che volentieri la casetta, il casotto, la baracca, il prefabbricato, la baraccopoli abusiva come accade più frequentemente di quanto si pensi.

E’ un fatto culturale, non c’è nulla da fare: nella nostra mentalità (mi ci metto dentro anch’io, essendo figlia di questa strana terra) è sempre e comunque meglio l’uovo oggi che la gallina domani, e chissenefrega della conseguenze.
Un brutto male, l’indifferenza: orribile se abbinato al cinismo di chi sfrutta la disperazione altrui, quella del “qui e ora”, per fini propri e personalistici, facendo promesse che ai più sembravano assurde già nel momento in cui sono state formulate, ma ricordiamoci sempre che “i più” non possono capire la disperazione umana, sociale, esistenziale dei lavoratori del Sulcis, licenziati dalla multinazionale russa proprietaria dell’Euroallumina. Non possiamo capirla appieno, o almeno spero per molti di noi, ed è per questo che ci fa ancora impressione sentire quella ragazza che nel corso della stessa puntata di Annozero ha urlato con rabbia, rivolta al governo nazionale ma anche a quello locale che da Berlusconi è stato massicciamente sostenuto in campagna elettorale: “Noi abbiamo votato chi ci avete detto voi, e ora siamo abbandonati”. Già, perché, per chi non lo sapesse, proprio Silvione, accompagnando il nostro nuovo governatore Ugo Cappellacci in visita nel Sulcis, promise, con quell’approccio epico-rassicurante da presidente “operaio dentro e a voi vicino”, che ci pensava lui, “telefono io al mio amico Putin, state tranquilli”. Quelli ci hanno creduto, e hanno votato di conseguenza. Tre giorni dopo si sbaraccava, e partiva la cassa integrazione, per i fortunati che ce l’hanno.

Si chiama voto di scambio: inutile scandalizzarsi quando accade, tremendo però quando si finisce cornuti, mazziati e razziati, e non voglio sentire che “se lo sono meritati”, perché, ripeto, quella disperazione di chi vuole solo lavorare e non essere assistito è tremenda, stringe il cuore, provoca tanta rabbia e anche la velata speranza che qualcosa di diverso (e non controllabile con una sola promessa) possa accadere.

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2 comments

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..ma che cavolo credevano di ottenere? sono stati al gioco dell’Imparatore e del suo sorridente vassallo e ora? si tengano, per quanto gli dura, la supposta cassintegrata e nulla di più. per il resto: lotta dura contro il mattone che sorride…se quest’Isola ha un minimo di decenza…

No Blogger

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Lotta dura al mattone per forza, caro No-B, ma anche alla cultura del voto di scambio…perchè finchè c’è quella nessuno è libero, e si trova, nelle lotte dure, a scontrarsi con l’indifferenza (furbetta o disperata) di tutti gli altri…. :((

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