La signora ha 57 anni, i capelli sale e pepe, un figlio tirato su da sola e un lavoro precario. Ebbene sì: contro ogni legge di buonsenso, giustizia sociale, dell’equilibrio economico di un paese e dell’annoso dibattito sullo “scalone” e il “tesoretto”, anche la signora è una precaria. Eppure, con uno sguardo a metà fra l’atavica rassegnazione e il disorientamento per i conti che non quadrano, argomenta che “almeno suo figlio è sistemato”, con questo tracciando subito i confini della preoccupazione, e che lei non si lamenta “perché c’è chi sta peggio”.
La giovane (secondo gli abbondanti standard italiani) professionista, invece, tira avanti con una borsa di studio e dispone di 95 euro per finire il mese. Tenuto conto che si è a metà del suddetto mese, appare un gioco di prestigio arrivare alla fine, ma tutti gli extra (caffè coi colleghi compreso) sono stati tagliati e il commento è: “meglio di niente”.
Intanto, nelle vetrine del centro si moltiplicano le offerte promozionali per invogliare i potenziali clienti, e fra qualche settimana inizieranno i saldi. La signora e la giovane borsista li hanno iniziati già da un po’, vivendo un lavoro “ribassato”, non potendo fare progetti che vadano al di là dell’immediato, accontentandosi di quello che hanno, consapevoli che potrebbe anche andare peggio. L’idea della maturità serena per una e del futuro per l’altra sono come un vestito a prezzo pieno nella vetrina del negozio: ci piace molto, forse ne abbiamo anche bisogno, magari un giorno potremo comprarcelo ma intanto rimane lì dov’è. Abbiamo sempre i vestiti vecchi e la vita vecchia da utilizzare, e se da una parte ci angoscia non sapere se e quando le cose miglioreranno, dall’altra ci si consola “pensando alla salute”, metodo evergreen per rafforzare la tesi del “chi si accontenta gode”.
E pur se non è una vera scelta, perché è più obbligata che ponderata e voluta, che sia anche questa la sostenibilità del nostro tempo, per quanto forzata? In un tempo in cui il consumismo ha divorato se stesso, la cultura è apprezzata se e quando produttrice di guadagno e ancora di più è gradita la subcultura televisiva sculettante, in un paese in cui è vitale usare il SUV anche per andare a comprare il prezzemolo e sei “bravo” se azzecchi il pacco, più che se ti laurei, forse mantenere un “basso profilo” è, oltre che necessario, l’unico stile di vita possibile che ci è rimasto per mantenere una identità che sia solo nostra, oltre che per arrivare alla fine del mese. Oppure, più probabilmente, sto solo facendo dei saldi virtù.

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