La notizia di oggi, 26 giugno 2013, è di quelle che aspettavamo da tempo:
Enrico Letta e il suo governo dimostrano di avere capito la realtà del mondo e licenziano un decreto legge sul lavoro che prevede un incentivo fino a un massimo di 650 euro mensili per ogni lavoratore assunto a tempo indeterminato. L’incentivo è istituito in via sperimentale ed è destinato ai giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni. Il premier è contento: “Puntiamo a dare un colpo duro alla piaga della disoccupazione giovanile“. 

Il pacchetto lavoro, ha sottolineato ancora, “mi consentirà di andare in Europa a fare la battaglia contro la disoccupazione giovanile”.
Intanto, in Europa dopo i 24 anni si è considerati “adulti” e non più giovani (perché Letta sta parlando delle categorie statistiche, vero? E non sta utilizzando il termine “giovani” ad minchiam, così che ogni famiglia con un disoccupato in casa pensi di poter essere sostenuta, vero? No?). Poi, è interessante proprio l’approccio culturale di questa misura, quello di aiutare “i giovani” fino ai 29 anni. E basta: gli altri sono da tempo già dati per spacciati.

I giovani, inutile dirlo, a livello elettorale “tirano” di più: se sei nato negli anni Settanta, cavoli tuoi! 

Ovviamente, come dicono molti, “non si possono accontentare tutti”. Certo: infatti lo scopo di un governo non è quello di aiutare (demagogicamente) qualcuno, ma di avere una idea di Paese, un progetto che non metta una pezza, ma conosca la realtà e si adoperi per modificarne – o gestirne- le problematiche. Quindi, se l’Istat ci dice che nel 2011 nel 2011, i giovani (15-24 anni) disoccupati erano 482mila, quelli maggiori di 25 anni 1.625.000 di cui oltre 900mila con più di 35 anni, c’è qualcosa che non torna a livello di scala delle priorità.

OLTRE 900 MILA disoccupati nel 2011 AVEVANO PIU’ DI 35 ANNI. Scusate il maiuscolo, ma i nostri policy makers o sono sordi, o sono capre, o sono in malafede. Non so cosa sia peggio. 
Ho cercato di fare mente locale e ricordare i miei, poniamo, 28 anni, che magari mi avrebbero, oggi, dato un anno ancora di speranza di trovare un lavoro “incentivato” dallo Stato.  Ah, ecco: era il 2002. Lavoravo da un anno per una delle società satelliti della più importante industria sarda, con un contratto di formazione lavoro, formidabile strumento di creazione di precarietà (anche questo ce lo dice la statistica, mica il Centro Studi Madrigopolis).  
Eravamo in quattro, di cui tre  messi alla porta alla scadenza, nel 2003. Forse, se fosse oggi, avrei qualche speranza di vedere confermato il mio contratto, ma non ne sono certa. In quello stesso anno, cogliendo la palla al balzo del doppio stipendio, mi sono sposata e ancora ricordo un vecchio sindacalista che in mensa, davanti a un piatto di fagiolini, mi disse che insomma, avrei potuto fare subito un bambino, così da non essere licenziabile.                                            Ci ho ripensato, qualche volta: mi è venuta l’amarezza, ma ormai era tutto passato, perduto come lacrime nella pioggia eccetera. Mi rimane la sensazione di aver fatto altro, almeno, nel frattempo: cose materiali, pratiche come il matrimonio o i figli. 
Altri, naturalmente, ce l’hanno fatta diversamente e ce la faranno: sono quelli che avevano visto lungo, che hanno colto il momento giusto o che hanno avuto il coraggio di cambiare radicalmente, coltivando un talento o dedicandosi completamente alla vita privata.

Penso alla mia amica che ha studiato per fare l’educatrice e ha lavorato per anni come stagionale in un famoso resort della costa Sud (sì, è sempre quello! quello dove per un lavoro stagionale da receptionist ti facevano fare un colloquio in tre, che manco all’Università, ‘sti parvenu. Questo accadeva nel periodo in cui ero Disposta a tutto). 

Poi ha deciso di lasciare, ha colto l’occasione giusta e oggi fa il lavoro per cui ha studiato e per cui è fatta.
Oppure l’amico caro laureato in lingue, che ha fatto anni di supplenze venendo poi spazzato via dall’invenzione della SSIS: oggi si mantiene con le ripetizioni, perché è un ottimo insegnante, ma anche curando i giardini.
E che dire della biologa che oggi fa un lavoro completamente diverso, e ha prospettive migliori di quelle avute prima? E dell’amica che ha colto la crisi della azienda in cui lavorava con contratto a tempo indeterminato, come opportunità per sfruttare il suo talento e diventare una artista?

E’ tutta gente degli anni Settanta, eh: che ha imparato dapprima a galleggiare, poi a nuotare seriamente, in molti stili diversi. E così, in qualche modo, si salva anche senza incentivi governativi o contentini estemporanei, in questa Italia che, a differenza loro, mi sembra sempre di più un paese senza qualità.

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