Viviamo in tempi difficili e interessanti per molti (ma non per tutti).
Li  definisco “interessanti” perché assorbono quasi tutte le energie della mia generazione, quella dei 35-40 enni e oltre (non che gli under 30 stiano benissimo, ma è un’altra storia). In questi ultimi anni, ormai decenni – perché i più accorti hanno avvertito i segnali della catastrofe già un po’ prima del 2000, altri sono stati più distratti, purtroppo- abbiamo visto le illusioni crollare una ad una, le “grandi speranze”, per dirla alla Dickens, ridursi al minimo sindacale, il contesto politico e culturale italiano non progredire ma anzi avvitarsi su se stesso in un isterico loop pro o anti berlusconiano.

Il termine “catastrofe” lo uso di proposito, non sapendo come altro definire la crassa ignoranza delle classi dirigenti che non sanno fare un collegamento fra l’istruzione e l’occupazione, la demografia e i costi sociali e pensionistici, il ritardo economico e una delle più basse natalità al mondo, il blocco di un intero Paese e quello umano (individuale e collettivo) di una intera generazione, quest’ultimo perdipiù non riconosciuto.

E’ catastrofico per il presente e il futuro che non ci sia un progetto, una idea dell’ Italia e degli italiani dell’età di mezzo, quella in cui le generazioni precedenti lavoravano, facevano figli, compravano le cose e le case, viaggiavano, mangiavano al ristorante e non alle mense dei poveri (che attualmente superano i 9 milioni). Che pure c’erano, ma era rassicurante associare la loro indigenza a determinate condizioni di censo, degrado, sfortunati eventi chiari e delimitati. Ora non è più così, e questo dovrebbe fare paura. La fa, ma non abbastanza da distrarci dagli inutili loop di cui sopra.

Che fanno, che facciamo dunque, noi sfigati nongiovani e non ben classificabili, troppo “liquidi” per il welfare tradizionale, poco appetibili per i media e la politica, mediamente sensibili alle condizioni avverse e campioni dell’arte dell’arrangiarsi in chiave moderna?
Cerchiamo, almeno, di salvarci la vita, preservando alcune cose fondamentali. Alcune sono un lusso, altre una conquista della volontà. Proviamoci, almeno.
Relazioni.
La depressione da disoccupazione di media e lunga durata, che coinvolge molti adulti, potrebbe farci passare la voglia e la poesia di fare cose e vedere gente. Dobbiamo invece continuare, per quanto possa sembrare faticoso, compatibilmente con gli equilibri logistici ed economici, perché conoscere persone (meglio se positive, non strolliche: ho scritto positive), o approfondire le amicizie ci distrae dal nostro ombelico, ci permette di esprimerci, e talvolta ci fa perfino venire delle idee.

(auto) formazione

Abbiamo già speso tempo e denaro per formarci: a scuola, all’Università, con i master (chi non è riuscito ad evitarli,almeno). Non ne abbiamo più voglia, com’è normale, e perfino cominciamo a credere di aver sbagliato tutto. Ma in fondo lo sappiamo che non è così, che l’unica strada era ed è ancora quella, magari con degli opportuni aggiustamenti di tiro. Quindi, mentre pensiamo al piano B (che,non dimentichiamolo, potrebbe funzionare se diverso da quello che stavamo facendo prima), facciamo altro: un corso di lingua, di cucina, di taglio e cucito, con il minimo dispendio economico sennò poi ci incazziamo, ma nel frattempo facciamo.
Compenso.
Anche minimo. A meno che non si tratti di piacere, amicizia o strategie di autopromozione, il lavoro si paga. Se diveniamo anche noi conniventi con il malcostume di non pagare le persone che lavorano (soprattutto nelle arti o nel giornalismo), è finita. Ah, dite che per molti di questi nostri mestieri è già finita? Va beh, poco male. Davvero.
 
Passioni.
Avevo già scritto della passione qui, e ribadisco che, per quanto ci facciano soffrire (perché magari non abbiamo tempo e modo di praticarle al meglio, o perché sono frustrate o ci hanno creato problemi di dipendenza), dobbiamo resistere. Sono il salvavita più potente che esista, a qualunque età; inoltre, se abbiamo ricevuto un dono, non dobbiamo sprecarlo, sarebbe offensivo per le persone che poverette non hanno alcun interesse nella vita (esistono, e io ne conosco). Un po’ il discorso del “non lasciare la roba nel piatto e pensa ai bimbi dell’Africa che muoiono di fame”, come ci dicevano da piccoli.
Sincerità.
Ovvero, l’approccio rivoluzionario alla crisi. Non fare finta di stare bene, che tutto sia normale, non pensare che è meglio non parlarne “perché tanto…”.  Non lavorare non è normale. Quindi  è ovvio che qualcosa non va, e che ci stiamo male (alcuni più, altri meno). Dire le cose come stanno, invece, è il contrario di quello che ci si aspetta da noi, cioè che subiamo in silenzio e rassegnazione. E poi, anche se il “mal comune mezzo gaudio” è una cosa meschina e falsa, è vero che sapere di non essere soli fa una differenza formidabile, soprattutto in tempi difficili.

(continua)

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