Bisogna rassegnarsi, non pensarci”, mi dice la mia amica davanti a un cappuccino, in una bella mattina di dicembre. Abbiamo appena visto l’ennesima manifestazione sotto il nostro Consiglio Regionale: c’erano le foto dei consiglieri, gente come noi ma pagata dieci volte tanto. 

Poche ore prima avevo sentito con le mie orecchie un alto dirigente della pubblica amministrazione proporre addirittura “un encomio” per il duro lavoro, “guardate veramente lungo e difficile”, che i colleghi del servizio avevano svolto telefonando e scrivendo email, verificando gli indirizzi, gestendo le risposte dei partecipanti a un incontro tecnico. Gente come noi anche questa, ma priva di senso del ridicolo.
Oggi, poi, mi sono letta le “considerazioni generali” del 47° Rapporto del Censis, che ci va giù duro definendo l’Italia 
una società più «sciapa»: senza fermento, circola troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro, immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche di governo del sistema, passiva accettazione della impressiva comunicazione di massa.
La comunicazione non è roba per stomaci delicati, un po’ l’avevamo intuito, ma il Censis aggiunge anche che è significativa, in questo momento storico,
la scelta implicita e ambigua di «drammatizzare la crisi per gestire la crisi» da parte della classe dirigente
Una classe dirigente “di larghe intese” che peraltro, è opportuno ricordarlo, noi non abbiamo scelto. Gente come noi anche questa, insomma, solo che sono Letta e Alfano, due delfini illustri, a loro modo.

La verità, mentre chiacchiero con la mia amica dell’ennesimo finto concorso pubblico di cui tutti, perfino io, conoscevano i vincitori mesi prima, è che 
Al mondo c’è la gente come noi, e la gente come loro.
Che non è una questione di caste (che esistono) o di malcostume generalizzato, di Accozzoli, ma di non essere uguali. Di essere, cioè, diseguali “a prescindere”.
E le disuguaglianze sono il vero problema.
Quelle alla base, per cui un ragazzo poco scolarizzato (il 21,7% della popolazione italiana con piu’ di 15 anni ancora oggi possiede al massimo la licenza elementare)
non avrà le stesse opportunità di uno che ha studiato, quelle in itinere (ovvero un percorso accidentato fatto di occasioni  perdute, concorsi truccati, cooptazione politica o in generale per appartenenze) e quelle sostanziali, profondamente incistate nella nostra cultura (l’esempio classico è quello di genere, con segregazione lavorativa verticale e soffitti di cristallo, carico abnorme di lavoro familiare, attribuzione di una funzione di welfare in sostituzione dello Stato). 
Non si è uguali nemmeno nella sfiga: a parità di disoccupazione, è sempre dei più giovani che il sistema si occupa, anche se gli altri sono più numerosi.

Il Censis ci dice anche questo: 
siamo «malcontenti», quasi infelici, perché viviamo un grande, inatteso ampliamento delle diseguaglianze sociali. Si è rotto il «grande lago della cetomedizzazione», storico perno della agiatezza e della coesione sociale. Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale. Da ciò nasce uno scontento rancoroso, che non viene da motivi identitari, ma dalla crisi delle precedenti collocazioni sociali di individui e ceti.
L’ascensore sociale è bloccato da tempo, per molti in un palazzo che non ha nemmeno le scale, ovvero qualche altro modo di accedervi. Questa è disuguaglianza, o assenza di pari opportunità.
C’è sfiducia nell’aria, ci dice il 47° Rapporto, anche perché molti declinano nella scala sociale quando la normalità era l’avanzamento: per questo, ad esempio, i miei nonni (di famiglie assai modeste) hanno lavorato duro, e solo per questo io (che ho goduto di molto più benessere fin dalla mia nascita negli anni Settanta) oggi ho una casa nella quale vivere. 
Lo “scontento rancoroso” individuato dal Censis è però null’altro che una fase, quella in cui passiamo tutti (intendo la gente come noi, non quella come loro, ovvero quelli che si “credono ancora re” di un regno morto, o quelli che hanno arraffato e stanno arraffando a tutto spiano per capitalizzare il momento d’oro). E’ una fase di sconcerto, rabbia, “odio sociale” l’abbiamo definito una volta con un amico, derivante dalla sensazione di immobilismo che ci circonda, dalla sensazione che il mondo sia diviso, anche nel microcosmo della nostra isola, fra feudatari e poveracci. 
E’ un momento che passa, posso garantirlo per chiudere con una luce di speranza (ma perfino lo spietato Censis l’accenna: leggete qui) : sopraggiungono poi altri sentimenti, altri impulsi, talvolta un miracoloso “sale alchemico” che consente di trovare una alternativa alle pastoie di un sistema che da decenni schiaccia quella che è diventata la mia generazione (e non solo) e i cui effetti (demografici, sociali, economici, relazionali) si stanno vedendo ora e si vedranno nei prossimi vent’anni.
Rimane da capire quale sia la reazione migliore per vivere- non solo sopravvivere: quella rassegnazione di cui parlavamo all’inizio, necessaria per non farsi l’inutile sangue marcio? L’atteggiamento comprensibile e un po’ nichilista del “qui e ora e fanculo al resto”?
Il “galleggiamento” di tante famiglie e tantissimi singoli che aspettano tempi migliori, o la lotta senza quartiere di chi si arrabatta nonostante (nonostante le tasse, i nidi insufficienti, le scuole che crollano, il mostro burocratico, ecc.), e intanto si vede consumare la vita?
Sono problemi della gente come noi, che siamo la maggioranza. E’ bene non dimenticarlo.

3 comments

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Molta di quella gente non è come noi, è molto, molto peggio. A volte, sono dei banali parassiti della società ma non se ne rendono conto, beati loro. Quale reazione? Una reazione, purchè non si rimanga immobili 😉

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Io credo che l'abitudine alle vacche grasse sia ancora radicata e considerata "dovuta" in chi è riuscito in qualche modo ad acchiapparle: non credo, insomma, che i parassiti vivano una vita di beata innocenza. La reazione non saprei indicarla nemmeno io, le ho passate un pò tutte 😉

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Come dare torto al Censis? A me viene davvero una rabbia enorme perché è radicata nel profondo del DNA delle persone la certezza che, per riuscire, nella vita, devi conoscere QUALCUNO e non QUALCOSA

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