Gira in Rete la lettera di un giovane uomo che prima di togliersi la vita ha spiegato il perché con un tremendo atto d’accusa verso una società, quella italiana, che mortifica le speranze e sottrae il diritto al futuro (perché lo è, un diritto), che si pratica concretamente soprattutto attraverso il lavoro. E se il lavoro non c’è, non c’è neanche il futuro, e può capitare di voler rinunciare a tutto.

Il suicidio è scelta radicale e insindacabile; per chi crede che l’essere umano sia integralmente responsabile di sé e della sue scelte (compresa quella di arrecare scientemente dolore agli altri), e unico proprietario della sua vita e del suo corpo, questo atto terrificante e contro natura rappresenta un muro invalicabile, non giudicabile con i nostri strumenti imperfetti.

Questa storia sconvolge, amareggia, gela il sangue nelle vene pensare a una ribellione nichilista motivata dalla disoccupazione. Fa disperare (cioè priva, ancora una volta, della speranza). Eppure non è forse già diventata argomento da bar?
Non è forse vero che la persona e la sua storia sono già state zittite dall’urlo isterico dei media, compresi i social? Come sempre accade con i temi che riguardano la vita e la morte (e il lavoro, che evidentemente è divenuto esso stesso una questione di vita o di morte), non riesco a utilizzare questo strumento potentissimo con leggerezza, dando il mio contributo di condivisione e diffusione della lettera.
La velocità e il bombardamento cui siamo quotidianamente sottoposti ce la farebbe leggere rapidamente, senza elaborare un commento, un dubbio, una emozione da spiegare, poi, passaggio indispensabile perché il contenuto non diventi mina vagante nel mare magnum di Internet.

La storia di Michele diventerebbe – e forse è già diventata- una singola immagine, un santino, un adesivo da appiccicare oggi sulle nostre bacheche, per poi dimenticarla lì.

Invece è importantissima, significativa, perché certifica in maniera definitiva il concetto di lavoro come fondante dell’identità di una persona e allo stesso tempo come gabbia da cui non si riesce più a uscire, perché è la disoccupazione, non l’occupazione, che ti mangia tutto il tempo e le energie.
Chi non lavora non fa l’amore, ma nemmeno molto altro; non ha i soldi per farlo, per fare le altre cose che alleviano i momenti di stallo esistenziale più o meno forti, che tutti subiamo e che diversamente trattiamo.

Il lavoro, ancora più del denaro – la domanda è ancora e sempre “Cosa fai?”, e non “Quanto guadagni, hai famiglia, ti piace il calcio, che libri hai letto”- è diventato la prigione di massima sicurezza in cui si dibattono la mia generazione e la successiva, nell’indifferenza pressochè totale. Non possiamo evadere, dimenticarlo anche solo per un attimo, perchè il carattere di “straordinarietà” ce lo impedisce.
Ogni tanto storie come quella di M. ci ricordano cosa siamo diventati, e come; quanto tempo ci abbiamo messo, e che ormai è un processo irreversibile.

Mi sembra che purtroppo un argomento di tale gravità e densità sta già perdendo efficacia a suon di condivisioni e likes; è sempre attuale invece la necessità di una riflessione ulteriore sui meccanismi della Rete, che diffondendolo a macchia d’olio ne attenua la portata dirompente e non agevola la discussione sul problema vero, che la drammatica scelta della lettera voleva portare alla luce: e cioè la perdita del futuro, una terra straniera già da due decenni.

Il fallimento della società italiana attraversa ormai almeno tre generazioni: i nostri padri, noi quarantenni e i nostri fratelli minori, ai quali non abbiamo saputo dare buoni consigli e che sono diversi da noi perché hanno conosciuto soltanto il Far West dell’occupazione (mentre molti nativi degli anni Settanta e Sessanta hanno vissuto la transizione da stabilità a precarietà non uscendone più). Il padre di M. ha sintetizzato: «Sono giovani che hanno vissuto come sconfitta personale quella che per noi è invece la sconfitta di una società moribonda».

Sono passati circa vent’anni dall’inizio della demolizione del concetto stesso di lavoro come attività normale, quindi per definizione non fortemente dirimente di un’esistenza; non più tardi di ieri sera, anno del Signore 2017, la manifestazione più nazionalpopolare che esista, il Festival di Sanremo, ha mostrato sul palco un signore di una certa età che ha spiegato in diretta davanti a milioni di persone come il lavoro (nel suo caso pubblico), sia un miracolo per cui ringraziare, e da onorare non prendendo mai neanche un giorno di ferie. Mai neanche un giorno.

La normalità è spacciata, morta da tempo, e se la mia generazione ci ha messo molti anni per accettarlo e in qualche modo adeguarvisi, perché questi sono i tempi che ci sono toccati in sorte, i più giovani sono ancora soli ad affrontare una realtà inespugnabile, con pochi strumenti che non siano personali. La normalità è morta e la politica anche, priva di visioni che vadano oltre il contingente (cioè, a ondate, incentivi/Jobs Act/soldi random ecc.) e di conoscenza della realtà demografica e sociale.
Per fortuna c’è Sanremo: tremo al pensiero di cosa ci riserva la serata di oggi.

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