La sequenza di storie tremende di questi giorni – la ragazzina filmata dalle amiche in discoteca mentre viene abusata da un giovane, la donna che si uccide dopo che le sue immagini più intime sono diventate virali e la sua vita impossibile, la bambina stuprata per anni in un paese del Sud- fa male, squarcia il velo di comoda indifferenza che applichiamo alle nostre azioni affermando che la colpa è “del web”.

Volutamente ometto i dettagli precisi, che chiunque, se vuole, potrà trovare con una semplice ricerca su Google.
Li ometto perchè non servono: queste persone, donne di diverse età, sono icone della guerra che si consuma sul corpo femminile, da sempre e oggi con i potenti mezzi della tecnologia.
Sono ritratti caravaggeschi, sono dei San Sebastiano femmina trafitti dalla violenza, dalla cecità, dall’indifferenza, dalla superficialità. Dal pregiudizio e dallo stereotipo.

Non serve ed è oltraggioso ripetere all’infinito il nome della ragazza che l’aveva cambiato nel disperato tentativo di ricostruirsi un’esistenza.
Non servono i dettagli per capire che la civiltà è finita in quel paesino del Sud Italia dove molti sapevano e il branco imperversava, e le madri non sono madri se non per accidentale biologia.
E’ superfluo raccontare i particolari dell’atto di violento e vuoto bullismo (al femminile) tra ragazzine, lo stigma sociale della mignotta applicato fin dall’adolescenza.

E’, soprattutto, superfluo scrivere o dire quello che è ovvio, e cioè che una persona, ancora di più una donna, dovrebbe poter gestire il suo corpo come meglio crede.

E’ una guerra, che non è mai finita. E il nemico non sono gli uomini tutti, ma una subcultura che coinvolge anche le stesse donne, nel migliore dei casi indifferenti o sottomesse, nel peggiore autenticamente misogine. Donne che odiano altre donne: sembra un paradosso ma può succedere. Lo schema è sempre quello dell’oggetto, dell’incapacità individuale e collettiva di accettare l’autonomia e la libertà, e perfino il fatto che una giovanissima o una bambina posseggano una identità e volontà propria. La frustrazione, la noia, insomma: il vuoto. E in questo vuoto vengono scaraventati corpi resi inanimati dalla Rete, alla mercè di un click.

La misoginia (il termine “maschilismo” mi sembra riduttivo e poco aderente alla complessità del fenomeno), definita dalla Treccani, “Atteggiamento di avversione generica o di repulsione per la donna. La m., che si usa riferire indifferentemente agli uomini e alle donne”, è infatti una calamità di ogni tempo, ancora oggi neanche lontanamente risolta a livello sociale ma semmai esarcerbata dalle infinite potenzialità della Rete.

In almeno due di questi tre casi, infatti, il “web” (che non è una entità impersonale e superiore, una specie di divinità malefica che tutto decide, ma semplicemente un insieme di persone, quindi anche noi) è stato determinante, non soltanto strumento ma probabilmente scintilla ispiratrice e istigatrice della violenza.

La sola ghiotta possibilità di diffondere i video, farli diventare virali, sembra guidare le amiche- Giuda che filmano l’amica semisvenuta invece di soccorrerla, l’ominicchio che mette in circolo il video di un momento privato sapendo cosa accadrà.
Prima il quarto d’ora di malvagio onanismo, del “guarda questo e condividi!”, e poi la lapidazione. Che non ha niente di diverso da quella fisica, perché distrugge una persona nella completa banalità del male, nella assoluta e allegra incoscienza di chi condivide sul social network da 18 milioni di utenti la vita di una donna reale, che “share” dopo “share” diventa sempre meno vera, più virtuale e quindi autoassolutoria per chi, a tutti gli effetti, sta contribuendo a lanciare pietre.

Dobbiamo essere consapevoli che “il web” siamo noi, e agire di conseguenza.
Smettere, se lo stiamo facendo, di condividere sui nostri profili social tutti i contenuti violenti, verso chiunque. Non dobbiamo farlo più, nemmeno per criticarli. E’ l’unico oblio possibile, in un mondo che è un immenso ed eterno archivio.
Smettere di postare fotografie, video, grafiche e scritte che in qualsiasi modo evochino violenze fisiche o psicologiche, siano derisorie, splatter, irridenti delle persone. Non è critica, non è goliardia: è violenza pura, di cui siamo responsabili ogni volta che mettiamo “mi piace” contribuendo alla visibilità di quel contenuto.
Basta cliccare sui titoli acchiappaclick, basta con la curiosità stupida sulle non-notizie assurde. E’ una responsabilità nostra, personale, e ormai è parte integrante dell’educazione dei figli. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi immersi da sempre in una enorme piazza pubblica di cui è necessario spiegare loro la pericolosità e le opportunità. Se non sappiamo farlo, o non ci abbiamo mai pensato, è ora di cercare oppure organizzare dei corsi di alfabetizzazione digitale a tappeto: nelle scuole, nel settore pubblico e privato, dappertutto.

Ricordando cosa è successo in questi ultimi mesi alle tre San Sebastiano femmina. Frecce di odio e di indifferenza, di gioco, di vacuità. Ma la loro è (o era) una vita come le nostre.

Anche se ci crediamo assolti, siamo per sempre coinvolti: ricordiamoci questo, la prossima volta che stiamo per pubblicare qualcosa su uno strumento che ci sembrava ludico, un semplice gioco, e invece si dimostra ogni giorno di più reale della vita reale.

[il quadro è di Gerrit van Honthorst, “San Sebastiano”]

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