[un post del 2013]
Gigi Riva, mitologico campione del calcio, si ritira definitivamente a vita privata,
lasciando anche l’incarico nella Nazionale. Nella bella intervista rilasciata al Corriere della Sera emerge la figura di un uomo normale, che invecchia e che si emoziona troppo per continuare a reggere il pathos delle partite. Una normalità straordinaria, soprattutto se confrontata con i tempi buzzurri che stiamo vivendo, non soltanto nello sport o nello spettacolo, ma ovunque.  Leggendo le parole di Riva mi sono molto intenerita:

«Colazione nel bar sotto casa…Prendo caffè e brioche e vado nel mio studio, leggo i giornali – Corriere , Gazzetta e L’Unione Sarda – e controllo se qualcuno mi ha scritto su Internet, rispondo a tutti. Passo a salutare un amico, commentiamo le notizie. Tutte le sere ceno da Giacomo, che ha un ristorante di pesce, ma a me prepara il minestrone di verdure. Mangio da solo o, se capita, in compagnia. E faccio il nonno”.

Arrivò in Sardegna molto giovane, orfano di entrambi i genitori. “A Cagliari trovai una nuova famiglia”: che ancora lo adora, tiene la sua fotografia di quando era giovane e oggettivamente bellissimo nelle botteghe, non lo importuna per strada, e talvolta, come accade ai popoli che hanno un bisogno disperato di eroi, vorrebbe perfino che entrasse in politica.

Così il leader del partito indipendentista IRS Gavino Sale, in una altrettanto straordinaria intervista all’Unione Sarda per la quale ho molto invidiato il giornalista, filosofeggia su  Riva: “Serve un Rombo di tuono che squarci l’orizzonte oscuro”, proponendolo come candidato per le Regionali del 2014.  Il cortocircuito giornalistico accade nell’incrocio tra i due quotidiani, per cui Riva sul Corriere si dispiace che il giornale sardo abbia scritto “che non potrei correre per la poltrona di governatore perché non sono sardo. Io?”.

Ho letto l’articolo de L’Unione Sarda (dalla rassegna stampa della Regione Sardegna) e sinceramente non capisco il collegamento che fa il Corriere: dove sta scritto che Riva non “è sardo”? Cos’e maccusu. Ma la cosa incredibile non mi pare che siano gli equivoci, quanto la solita polemica nata sulla “sardità” del campione, con critiche bi e tripartisan e una levata di scudi preventiva verso chi osa mettere in dubbio l’appartenenza di Riva alla Sardegna, una appassionata e piuttosto logica appropriazione collettiva della sua figura che hanno totalmente messo in disparte la bizzarria della proposta politica di Sale, e l’evidente difficoltà che si ha ad individuare un leader efficace e non macchiettistico (quindi attrattivo anche per i non militanti, pochi duri e puri) per l’area indipendentista.

Ora, a me non è saltata alcuna mosca al naso anche perché Gigi Riva è la prova vivente che sardi si può diventare, che il luogo di nascita non è fondamentale, che la patria si può anche scegliere, e che in un certo senso anche lei ti sceglie, ti accoglie trattandoti con normalità.
Un dato interessante però c’è in questo episodio, e cioè l’interesse che il riferimento all’ “essere sardi” suscita sempre, perfino in casi indubitabili come questo (mi pare ovvio che Riva sia sardo. E di dove sennò?).

E’l’eterno ritorno dell’identità sarda, che nella sua versione “di massa” ha i suoi corsi e ricorsi, e il suo innegabile valore, per chi la ritiene importante e forse anche per chi non ci ha mai pensato ma, come detto, ha bisogno di eroi.
L’identità, questa (s) conosciuta, ha anche oggi una forte potenzialità politica (quindi elettorale). Tutto starebbe nel comprenderne la natura mutevole, sfumata,moderna. Una “identità nuova e aperta al mondo”.

Non necessariamente legata alla nascita né alla lingua – mi perdoneranno o, se integralisti, forse mi guarderanno con la sufficienza tipica degli illuminati gli amici che invece ci tengono particolarmente, a sa limba.

In questo momento il senso dell’identità e dell’appartenenza alla Sardegna può esercitare un fascino che contribuisca all’orientamento del voto (ovviamente in macroaree definite), ma non vedo farne un utilizzo credibile e interessante anche per le generazioni meno consapevoli, meno specificamente appassionate al tema, più frettolose e affannate nel dipanare la quotidianità piuttosto che i dilemmi dell’identitarismo, del sovranismo, dell’indipendentismo.
Come avevo già scritto mesi fa, la Sardegna soffre talvolta di sindrome bipolare, non abbiamo ancora capito bene, a due mesi dalle elezioni, chi siamo e dove vogliamo andare. Ma se stiamo ancora a parlarne qualcosa vorrà pur dire.

Io, come sempre, prediligo la vicenda personale e il ritratto umano, quindi di Riva mi sono molto piaciute la normalità e la serenità con cui parla della sua vita di adesso. Quanto a una ipotetica candidatura, io a questo mio conterraneo bello e riservato direi semplicemente di scappare a gambe levate.

 

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3 comments

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Ottimo articolo, forse appena troppo poco graffiante 😉
Naturalmente tu lo sai che Brecht a Galileo gli fa dire: «Beato il popolo che NON ha bisogno di eroi»…

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Naturalmente, Roberto, ma in Sardegna noi ABBIAMO bisogno di eroi, evidentemente…. 😉

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E quindi poveri noi…

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