La meravigliosa Sardegna, lo sappiamo ormai tutti- cantori delle magnifiche sorti e progressive di un turismo sostenibile, dell’unicità del suo ambiente, della personalità dei suoi abitanti, o al contrario rancorosi emigrati che hanno dovuto lasciarla piangendo lacrime di rabbia, negli anni 60 come oggi, luglio 2007- è una realtà diversa da tutte le altre, in Italia e nel mondo. Leggendo -e vivendo- le ultime notizie di cronaca verrebbe da dire anche dell’universo conosciuto. La prima è quella dell’assordante silenzio – un cinico deserto, afferma giustamente il direttore de L’Altra Voce Giorgio Melis- sul caso Epolis. Quindici giornali che chiudono in quindici città diverse d’Italia, un esperimento innovativo partito dall’Isola, che poteva costituire una alternativa decente al duopolio cartaceo esistente, e la nostra informazione regionale che non fa un plissè. Così anche le nostre Istituzioni, forse non convinte appieno dell’importanza cruciale che ogni organo di informazione nuovo e diverso riveste nella società civile. La cosa singolare è che nel resto d’Italia se ne parla. Qui, zero. Certo, Grauso sarà pure uno spregiudicato equilibrista dei conti, un visionario sognatore della comunicazione, il Re Sole di una macchina che era partita benissimo e lentamente ma inesorabilmente si è allineata alla peggiore delle free press, con una qualità da “Corrierino dei piccoli” (definizione sentita personalmente più volte).

Certo, i lettori si stufano di imprecisioni quotidiane, grammatica approssimativa, frasi senza senso prodotte da improvvidi tagli agli articoli (anche qui, ho spesso dovuto supplire personalmente con spiegazioni estemporanee). Però i 200 dipendenti del gruppo (ai quali non appartengo, non avendo mai oltrepassato la fatale condizione di “collaboratore esterno” pagato 18 euro lordi a pezzo per le sfigatissime Culture) meritano tutta la solidarietà umana e professionale possibile, e meritano che almeno si parli di loro, del progetto che hanno vissuto. Progetto che mi piacerebbe continuasse, per una questione, come dire, di sana concorrenza e di possibilità, almeno, di sentire una voce diversa nell’avvilente panorama della Sardegna.

E quanto silenzio, una volta oltrepassate le colonne di auto in fila verso le località marine, gli aquafan a pieno regime in una regione martoriata dalla siccità, i baretti con la musica dal vivo e i sit-in sulle strade pericolose a cui hanno ad ogni buon conto aggiunto pure le rotonde-killer, quanto silenzio sulla vicenda Atlantis. Da quanto se ne parla, realmente? Due settimane? Forse tre? Prima, qualche ritaglio occasionale sulla nostra stampa. Ora, salta fuori che tutti sapevano della lottizzazione para-politica di posti di lavoro nell’azienda, del castello di sabbia delle attività, perfino delle abitudini vacanziere degli imprenditori globetrotter.

Si sapeva praticamente tutto, ma non dei dipendenti che ogni mattina per anni non solo si sono recati al lavoro, ma hanno lavorato per foraggiare le sorti di Atlantis, la città dell’innovazione, una azienda che si inabissa non pagando gli stipendi da dicembre. Certo il mio commento va preso con le pinze in quanto vivo un conflitto di interessi personale, ma la riflessione, io credo, è condivisibile. In un’altra città, in un’altra regione, forse, i dipendenti (fra i quali corsisti, neo assunti, neo cassintegrati, in mobilità volontaria, co.pro e chi più ne ha più ne metta) si sarebbero incatenati ai cancelli, messo su almeno qualche striscione, bypassato i sindacati e fatto sentire la loro voce, se non altro per vendere cara la pelle. In un’altra città, in un altro tempo ormai mi viene da pensare, i media avrebbero avuto interesse a raccontare la notizia. A Cagliari, nell’anno 2007 della morte del lavoro e dell’informazione, no.

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