Dunque è così che le chiamano, ironicamente e ferocemente: “piccole crisi senza importanza”. L’importanza, ovviamente, non ce l’hanno per chi le legge come una notizia qualsiasi, per chi passa avanti dopo aver letto,”poveracci”, pensa, vabbè in qualche modo faranno. E qui casca l’asino, spesso sardo: perché nella bella “isola dell’accoglienza”, nuovo nickname della Sardegna digitale (nel senso che sempre più viverci sembra un gioco di ruolo, e noi pallidi ologrammi, avatar, insomma: comparse) certi lavoratori non sono per niente bene accolti,a  differenza di certi predoni che vanno, vengono, razziano e arrivederci e grazie. Quindi non si può “fare” altrimenti, sarebbe bene ricordarlo ogni volta che leggiamo di uno sciopero, una agitazione, per chi ancora ha la forza di farle. Su chi non ha più voglia, cala il game over, soprattutto a una certa età: ovvero dai 35 in poi, che avevate capito?
Prendiamo uno degli ultimi casi, paradigma di uno stila di vita tutto moderno, globale, new economy e molto, molto italiano: un call center con grosse commesse, molto lavoro, molti dipendenti e relative famiglie che su questo lavoro hanno basato la propria sopravvivenza, i prestiti, i mutui, la spesa e tutto ciò è magnifico e progressivo oggi nel nostro Paese, cioè i consumi. Il call center si chiama Video on line 2.0 (Vol 2.O), è a Cagliari, e per i dettagli si può consultare Facebook, Repubblica.it, cercare su Google altri dettagli più precisi.
La cosa interessante, da ricordare quando leggiamo di questo call center e di altre “piccole  crisi senza importanza”, è soprattutto la presenza delle “scatole cinesi”, di imprenditori che compaiono, spariscono, sopravvivono alla grande a certi tracolli che metterebbero in ginocchio chiunque, poi ricompaiono con nuove società, il tutto senza che nessuno – politici vecchi e nuovi, istituzioni, sindacati, chiunque- faccia una piega. Le “piccole  crisi” sono la struttura stessa dell’Italia, fatta di mancanza di rispetto per chi lavora sul serio e di grandi filosofeggiamenti sullo scudo fiscale, preoccupazioni per le Borse in rosso e il Piano casa che non dà abbastanza cubatura, battutine sui “bamboccioni” e indifferenza assoluta per il disastro sociale e demografico che ci attende, eccetera eccetera. Le piccole crisi, per chi non ci lavora, sono, appunto, solo “crisi”, non una percezione che il mondo conosciuto stia per finire, senza sapere come: come se fossimo sospesi, un po’ di qua – nella speranza- e un po’ di là – nella certezza che tutto è finito, soprattutto un lavoro stabile in un luogo che ha quasi la metà dei giovani disoccupati.Un pò morti dentro, un pò no, insomma, nella Terra di Mezzo dell’attesa.
Inutile fare un po’ di sociologia d’accatto e di pratica della commiserazione a fagiolo, d’altronde non sono nemmeno candidata: meglio, semplicemente, esprimere tutta la solidarietà possibile a tutti i protagonisti delle piccole  crisi senza importanza dell’Italia, augurandoci che le forze tengano, magari sarà la pazienza a finire.
(la foto è di Fiorella Sanna)

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