Dicono che “il mondo è cambiato”. E lo dicono oggi come se fosse accaduto ieri, mentre chi abita il mondo reale sa che è cominciato più o meno nel 2000. 
Mentre il mondo temeva il “bug” del secolo sulle apparecchiature tecnologiche, era su quelle umane che si stava per abbattere un disastro. Abbiamo già discusso molte volte delle peculiarità dei tempi complessi che ci troviamo a vivere; abbiamo già stabilito che non è colpa nostra, che è una vita spesso logorante, in un Paese bello e ingrato. 
Mentre guardavamo agli eventi siamo invecchiati. E io ho capito alcune cose.

  1. Fare le Cassandre, le cugurre (cornacchie NdR) o comunque spargere depressione sui più giovani fa vivere male.

Non serve, è fastidioso e auto-deprimente, rafforza la nostra percezione di fallimento.

Aiò, abbiamo 40 anni, non ottanta. E anche se fosse, è un atteggiamento tipicamente decadente e di cattivo gusto quello per cui bisogna scoraggiare a prescindere, come se noi avessimo visto tutto e sapessimo tutto e quindi dovessimo tarpare loro le ali “per il loro bene”. Per carità: dobbiamo ancora vederne di cose (non necessariamente brutte), e certamente non sappiamo un granchè, se la nostra situazione è precaria/insoddisfacente/difficile. In caso contrario, non staremmo in Italia con la tentazione costante di fare le Cassandre/cugurre eccetera.

  1. Il lavoro è (quasi) tutto, ma anche no.

Chi mi conosce sa bene che considero il lavoro come parte integrante dell’identità della persona. E’ un fatto personale (esprimere se stessi attraverso le proprie capacità, far funzionare il proprio cervello perché fatti non fummo per viver come bruti eccetera) e sociale (dimostrato ogni giorno da quella domanda: “cosa fai?”).
Il lavoro è tutto, è il nodo cruciale su cui si sviluppa una civiltà, le sue regole, la tranquillità individuale e collettiva. Se però viviamo una vita instabile da questo punto di vista, dobbiamo cercare di preservare gli altri aspetti. E’ sopravvivenza, ed è faticosa: perché spiegare prima a noi stessi e poi agli altri che non solo facciamo, ma siamo, anche, non è facile.  Siamo amici, genitori, figli, siamo, che so, lettori o maratoneti, cuochi o amanti del mare, delle passeggiate in campagna, insomma esistiamo oltre il nostro lavoro, assente o presente che sia.

L’adeguamento e l’adattamento sono fondamentali, anche perché non sempre insistere e ripetere giova, soprattutto in alcuni campi. E’ inutile credere di poter cominciare a suonare il violino (e diventare dei virtuosi) in età avanzata. Sappiamo fare altro, di sicuro: facciamo quello.

  1. Le relazioni, invece, sono tutto.

Nonostante la tentazione di ripiegamento sul privato, sulla vita domestica, su un basso profilo sociale (perché il confronto con gli altri può essere quantomeno difficile, soprattutto se a loro sta andando meglio), è importante intrecciare relazioni. Prima di tutto umane, perché è da lì che vengono le belle cose che aiutano a vivere; e poi professionali, sociali in senso ampio, di confronto. Il mitologico “fare cose, vedere gente” di morettiana memoria riacquista valore e significato positivo non per “parcheggiarci”, anche perché di tempo ne abbiamo sprecato abbastanza (vedi punto n°4), ma per conoscere altre cose, fuori da noi.

  1. Abbiamo poco tempo, perché siamo partiti in ritardo.

Ovvero, ci siamo resi conto tardi che il modello della generazione precedente (il posto fisso, le ferie ad agosto, i due figli a famiglia e cambiare la macchina ogni due anni) noi non l’avremmo mai potuto nemmeno lontanamente replicare. Abbiamo perso tempo, talvolta, mi spiace dirlo, anche a studiare: troppo cervello, poche mani e manualità. Dalla consapevolezza di essere in ritardo non deriva angoscia, ma anzi la serenità di agire in base a priorità diverse (ad esempio, non lavorare più gratis perché non possiamo più permettercelo, non imbarcarsi in attività inutili, non fare le cose di cui non abbiamo voglia, fare quelle che ci piace fare anche se non sono strettamente necessarie).

5. Fare figli (per chi considera questa eventualità nella propria vita) è molto importante. Bisogna spicciarsi.

Non c’entrano nulla le romanticherie, la mitologia della maternità, gli stereotipi di genere e sociali (che pure esistono ancora, alzi la mano chi non è stato importunato con domande indiscrete da praticamente chiunque). C’entra l’esperienza. C’entra la quotidianità, la resistenza, la responsabilità di mantenersi integri e fedeli a se stessi e contemporaneamente essere lì sempre per qualcuno.  Consigliato (ripeto, solo a quell* motivati/e)

6. Dobbiamo imparare a staccarci dai suddetti figli.

E’ la parte più difficile e amara, e vale anche per i fratelli, sorelle, amici, eccetera. E’ molto probabile che le generazioni che sono giovani oggi e le prossime non avranno uno spazio proprio vicino a noi, in Sardegna o in Italia. Il mondo è diventato unico, già da un bel po’: solo che noi degli anni Settanta non l’abbiamo capito o voluto capire, distratti dal nostro “vivere facile” e da quell’ascensore sociale che si è poi bloccato al piano terra. C’entra la nostra cultura, c’entra il fatto che è difficile staccarsi. Ma io non credo nell’accanimento terapeutico, e il concetto di “sconfitta” se uno lascia la propria “terra” (che non è una entità astratta ma è fatta di persone) lo trovo quantomeno discutibile.  Questo è quello che ho capito, e non è né facile né gradevole.

[Ehm, mi sono riletta:  i punti sono ben sei. Ho messo (apposta) un titolo ingannevole, altrimenti non sareste arrivati fino in fondo, temo!]

AGGIORNAMENTO:

7. Lodare è meglio che demolire, ignorare è meglio che odiare. 

(ovvero, dire più spesso “sei stupenda” alle amiche fa bene. Stiamo zitti, spesso, solo per pigrizia).

8. Lasciar perdere il controllo.
(non si tratta solo del colloquio di lavoro o dei risultati attesi dal secondo o terzo master che facciamo nella beata speranza che ci porti un miglioramento, ma anche del cambio dell’armadio. Lassa perdi)
9. Lasciar andare le persone negative, tanto sai benissimo chi sono: quelle che ti innervosiscono senza nemmeno incuriosirti.
(Okay, lo ammetto, questa sembra roba gandhiana o new age, e invece è solo una questione di risparmio energetico).

[l’immagine è di Carol Rossetti]

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