Ieri ho dimenticato a casa lo smartphone. E’ stata la quarta volta in dieci giorni, e non mi ha stupita più di tanto. Ormai mio figlio, nove anni, me lo ricorda mentre usciamo per andare a scuola: “Mamma, il telefono!”. Interessante, perché dà la misura di quello che il bambino percepisce importante per me, in quel momento.

Ieri, dicevo, sono uscita senza, dimenticandolo in bella vista nell’ingresso, e recuperandolo nel pomeriggio. Nel frattempo mi sono ovviamente connessa a Internet, accedendo quindi ad altri sistemi di collegamento col resto del mondo: Facebook e Instagram.
Come nelle altre tre occasioni precedenti, non ho avuto particolari scossoni emotivi né ansie da reperibilità. Certo, qualcuno avrebbe potuto mandarmi un messaggio su WhatsApp (cosa che è accaduta), ma a occhio e croce non si sarebbe trattato di questioni vitali, e senza dubbio ogni questione, vent’anni fa, si sarebbe risolta poi al telefono (fisso).
Eppure.

Eppure ho guardato con particolare interesse lo smartphone, una volta recuperato, e ho controllato le notifiche. Non c’era quello che mi interessava- questo ha generato delusione o frustrazione? Forse sì, perché è sempre un problema di tempo.
Un tempo che non è lo stesso per tutti: qualcuno tende a rispondere in tempo reale per “sbrigare la corrispondenza” (giuro di averlo sentito), altri leggono e rimandano, o perfino ignorano. Potremmo ignorare una domanda o un messaggio più o meno accorato se ci venissero posti “in presenza”? Non credo, e questo è solo uno dei meccanismi propri della messaggistica universale. Allo stesso tempo, siamo ancora liberi di ignorare un messaggio o si è sviluppata, se non una nuova “netiquette”, almeno una diversa modalità comportamentale di massa legata alla spunta blu con conseguente possibile disapprovazione sociale?
Il tempo sembra aver perso la sua oggettività, e così anche i rituali, le abitudini e soprattutto le convenzioni.

Insomma, quanto è cambiata la grammatica della mente, per usare un’espressione che ho sentito pronunciare qualche mese fa da Andrea Colamedici e Maura Gancitano, i filosofi di Tlon  ?
Quanto, cioè, il nostro cervello, al di là delle buone maniere o del buon senso che imporrebbero una certa pazienza nell’interazione, ha modificato il suo funzionamento di azione/reazione, per cui oggi ci aspettiamo che a un messaggio WhatsApp si debba reagire (cioè rispondere) subito, o perlomeno in tempi che noi giudichiamo congrui?

Intanto, definiamo “congruo”: un minuto? Un’ora? Due? Un giorno? O di più?
Dopo quanto comincia a montare in noi l’inquietudine o il risentimento perché non abbiamo ricevuto risposta, a prescindere dall’importanza del messaggio (perché siamo sempre in grado di distinguere, vero?), dalla sua effettiva urgenza o contenuto?
Mi sono resa conto che anche io, come tutti, tendo a considerare la comunicazione digitale, perlopiù scritta ma ormai anche vocale -”scusa se ti mando un messaggio vocale, ma…” è il nuovo “scusa se non ti ho chiamato ma…”- come immediata, instantanea. Fisica, reale, mi verrebbe da dire, come se avessi davanti la persone con cui sto parlando. Questo dipende dal fatto che, come spiega questo articolo, “...i mezzi di comunicazione, che teoricamente sono asincroni, funzionano sempre di più come se fossero sincronici”.

Ma, naturalmente, non lo sono. Tecnicamente un contenuto, una volta pubblicato, diventa eterno, con tutti i suoi pro e contro, quindi perché affrettarsi? Se postiamo una foto su Instagram, perché controllare quasi subito se qualcuno ci ha messo il cuoricino?
E le stories, altro dettaglio apparentemente insignificante nel panorama della comunicazione che invece è per definizione altamente significante, almeno della nostra evoluzione o involuzione? Un’amica le sintetizza così: faccio solo le storie su Instagram perché durano 24 ore, sono foto che non vale la pena pubblicare veramente.
Ma sono comunque uno strumento di storytelling (sì, l’ho detto, che i numi tutelari della lingua italiana mi perdonino), cioè di narrazione personale molto preciso. Sono nate per raccontare momenti estemporanei, quasi sempre di luoghi o eventi, e talvolta mi viene l’impulso di scusarmi con i miei contatti perché nelle mie ci trovano praticamente solo brevi testi, quasi sempre di poesia, e raramente i miei muffin al cioccolato o la mia spiaggia preferita.

Come spiega molto bene questo pezzo, i media concorrono ormai pienamente alla formazione della nostra cultura e all’informazione: addirittura noi possiamo imparare da loro (sulle diverse piattaforme e strumenti, non solo digitali ma anche “classici”) una quantità di cose impressionante rispetto al “prima”, un tempo che peraltro quelli della mia generazione hanno conosciuto e ricordano.

E’indubbiamente un vantaggio, oltre all’aspetto relazionale e di condivisione (non parleremo qui del “dark side” della faccenda, cioè dell’odio in Rete, perché merita ben altra attenzione, ma sappiamo che il lato buono della Forza vincerà grazie all’impegno di tantissimi attivisti quali Valigia BluParole Ostili, libri come “Tienilo acceso“).

Ma torniamo al mio smartphone dimenticato nell’ingresso. Cosa sta cercando di dirmi? Che non ne posso più di essere sempre reperibile, o in qualche modo potenzialmente (o effettivamente) vincolata da lui e soprattutto da questa modalità di vivere le relazioni? Ma no, sussurra la scimmietta della dipendenza nella mia testa: sai benissimo che i social sono uno strumento molto utile, principalmente di lavoro ma anche di divertimento, e che la tua vita sociale è più reale che virtuale, no?
Sì, ma…
Niente ma. Ricordi che quando hai disinstallato le app dal telefono è stato fantastico ma poi, al primo contenuto di lavoro che ti hanno girato e che dovevi pubblicare, hai dovuto rimettere tutto in piedi in fretta e furia?
D’accordo, ma..
Ma: la nostra soglia di attenzione è inferiore a quella di un pesce rosso e controlliamo lo smartphone ogni 9 (nove!) minuti.

Ecco perché ovunque e comunque (anche sul più “informativo” dei social, Twitter, la velocità e la sintesi sono tutto), i contenuti più veloci e immediati sono più letti e condivisi, quindi più virali. Quindi più letti e condivisi, eccetera. Un bombardamento che alla lunga può stancare, e provocare perfino delle piccole amnesie selettive.

Tipo dimenticare il telefono nell’ingresso per l’ennesima volta, chi può dirlo?

(l’immagine è tratta dal sito wearesocial.com)

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