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I lavoratori di Sardegna Uno sono ormai in sciopero da oltre cinquanta giorni. A differenza di tante altre mobilitazioni che costellano il nostro disastrato scenario economico e sociale, la loro non fa notizia se non nella misura in cui si rende platealmente evidente.
Da qualche giorno è on line il sito “Chi vuole spegnere l’informazione?”, ideato dal fotografo Nico Massa che ha ritratto i giornalisti e operatori dell’emittente con un cerotto in bocca: “C’è qualcuno che disprezza i giornalisti liberi”, recita una didascalia.
C’è qualcosa che rende indigesta la coraggiosa protesta di una redazione che chiede il pagamento di sei mensilità arretrate e che contesta i tredici licenziamenti (su 27 dipendenti in organico) disposti dalla proprietà. Non solo perché parlare di libertà di stampa vuol dire parlare di tutte le libertà (e questo potrebbe essere per alcuni rischioso) ma anche perché l’informazione isolana sarebbe costretta a mettere in discussione se stessa e le regole che la governano: troppo pericoloso.

Ma c’è anche un altro elemento che costringe la vertenza Sardegna Uno ad essere una notizia “a metà”: la presenza di un imprenditore che, secondo i lavoratori, avrebbe contribuito a provocare la situazione di crisi dell’emittente: stiamo parlando di Giorgio Mazzella, attuale presidente della Banca di Credito Sardo.
Da qualche mese Mazzella ha ceduto la tv e formalmente l’editore di Sardegna Uno non è più lui: suscita però più di un interrogativo il fatto che il passaggio delle quote della società sia costato ai nuovi proprietari appena 4000 euro.
Sardegna Uno ha sempre avuto un ruolo importante nel panorama informativo regionale e proprio l’acquisto da parte di Mazzella aveva fatto sperare in un rilancio dell’emittente: è avvenuto esattamente il contrario.

Gli anni della sua gestione sono stati contrassegnati da scelte editoriali discutibili (ricordo solamente l’episodio che segnò la chiusura del programma di Giacomo Mameli, avvenuta perché l’editore, in una puntata dedicata al precariato, aveva “chiesto” al giornalista di non ospitare l’allora segretario regionale della Cgil Gianpaolo Diana) e da rapporti con la redazione certamente non improntati al rispetto del ruolo dei giornalisti e della loro professionalità e deontologia.
Per questo potremmo dire che la crisi economica poi sopraggiunta è stata come una febbre capace di mettere a rischio la vita di un soggetto già fortemente malato: l’esistenza di Sardegna Uno è oggi appesa ad un filo.

Eppure di Mazzella non parla nessuno. Tutte le redazioni hanno espresso solidarietà ai colleghi, ma le testate (soprattutto quelle con le spalle più larghe, come l’Unione Sarda e la Nuova Sardegna) si sono finora ben guardate dallo scrivere una bella inchiesta sull’imprenditore e sul suo ruolo nella crisi dell’emittente. Questa vicenda non meriterebbe forse di essere approfondita? Perché non raccontare in che modo Mazzella ha gestito la testata? E poi, chi è Mazzella? In quali ambiti economici opera? Perché è stato nominato presidente del secondo istituto di credito isolano? E quali risultati sta ottenendo?
I due quotidiani tacciono, come se quella di Sardegna Uno fosse una vertenza minore. Oppure ci sono argomenti che non possono essere trattati, personalità che devono stare lontano dai riflettori della critica pubblica? Ma non è forse “di ciò che non si può parlare che si deve parlare”?

La storia di Sardegna Uno è emblematica della situazione dell’informazione in Sardegna, ormai in caduta libera. A rischio non ci sono solo i posti di lavoro di tanti professionisti ma la capacità dell’isola di raccontare se stessa, di riflettere su se stessa, di prendere coscienza della sua collocazione attuale nella storia e nel mondo attraverso una pratica (quella del giornalismo) che consente di riportare ad unità tutte le storie e tutte le vicende che la quotidianità fa emergere. È vero, grazie ad internet oggi circolano molte più informazioni: ma “l’informazione” è un’altra cosa.
Senza organi di informazione sani, la Sardegna regredisce paurosamente. L’Unione Sarda e la Nuova Sardegna stanno progressivamente perdendo la loro identità di quotidiani regionali, l’impegno della Rai è quantitativamente inadeguato, l’emittenza televisiva e radiofonica conosce una crisi senza precedenti, le testate on line stentano a decollare.

Come si è potuti arrivare a questo punto? Responsabilità diffuse: i giornalisti hanno perso la capacità di lottare e ragionare come una categoria unita, gli imprenditori non hanno mai visto nel settore editoriale la possibilità di fare business e contemporaneamente contribuire alla crescita della società sarda. La politica invece ha lasciato che la situazione degenerasse, impedendo che il pluralismo fosse un obiettivo possibile e non una parola vuota da pronunciare mentre concretamente forze politiche di ogni schieramento lavoravano per rafforzare l’oligopolio dell’informazione.

La Sardegna attende da tempo un nuovo statuto di autonomia. Saremmo capaci di andare oltre il dettato dell’articolo 21 della Costituzione italiana che si limita a riconoscere che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” e finalmente affermare solennemente che i sardi hanno il diritto ad essere informati da un sistema di testate plurale e libero da ingerenze politiche ed economiche?
Quella di Sardegna Uno è la battaglia decisiva per l’informazione nell’isola: se si perde, ricostruire dalle macerie sarà difficilissimo.

Post scriptum
Domenica 16 marzo, a partire dalle 22.30 ai Sette Vizi, presso la Mem in via Mameli a Cagliari, è in programma la “Festa della stampa solidale”: musica, spettacolo, poesia e soprattutto solidarietà a favore dei lavoratori di Sardegna Uno. Siamo tutti invitati.
Vito Biolchini

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