Sì, è la solita ciccia. L’avevo già scritto nella precedente tornata elettorale, nel febbraio 2014. Come è andata lo sappiamo: ha vinto il centrosinistra, il governatore è Francesco Pigliaru. Ma visti i rumors che arrivano da più parti, sembra che potrebbe essere opportuno ri-attrezzarsi nuovamente per sfangare un’altra campagna elettorale assai anticipata in Sardegna, e i movimenti di alcune aree/schieramenti/singole persone lo fanno immaginare già da un po’. Tutte supposizioni eh. Però…una sorta di pre-campagna è già partita con lo #zainoinspalla del centrodestra di Ugo Cappellacci e con le iniziative politiche-social-identitarie di un meglio identificato blocco “sovranista-identitario”, per cui ci aspettiamo cose interessanti dal blog di Anthony Muroni. Gli altri (Movimento 5 stelle, centrosinistra e Pd per ovvie ragioni, Sardegna Possibile ecc) non ancora pervenuti.
Sono i soliti consigli, anche una invocazione di pietà verso l’elettore/elettrice: magari potranno essere utili, anche se non richiesti, per chi mira alla riconferma e anche se conta soprattutto su un elettorato “fidelizzato”, che nei casi estremi lo voterebbe anche se fosse Jack lo Squartatore, oppure si riconosce in quell’area per questioni di militanza, fede sincera, favori e/o clientelismo, gratitudine eterna, avversione per l’opposto schieramento.
Ma i tempi sono in certi, l’astensionismo di certo sarà corposo, gli indecisi aumentano.
 Cosa potrebbe fare o non dovrebbe fare l’amico/a candidato/a?e magari, nel migliore dei mondi possibili, anche i suoi sostenitori, spesso pesanti più di lui/lei? Ma giusto per non farmi soffrire, per non farmi “pestare le dita” (cit.) nel tentativo di trattenermi dal criticare, io che ho sempre questa tendenza.
1.  Non deve insultare gli avversari. Criticarli sì, anche duramente, ma senza riferimenti all’aspetto fisico, al look, in generale all’aspetto esteriore. Bandito ogni riferimento a come ci si veste, quanto si pesa, se si è brutti o belli, eleganti o meno, e cose così. Mi fa subito venire voglia di rimuovere dai miei contatti chi posta queste scemenze, talvolta perfino violente, comunque sempre segno di nervosismo e debolezza (sul buon gusto ci abbiamo messo una lapide da tempo, e si sa che poi sono difficili da sollevare, le lapidi). Ho letto anche di metafore sessuali che volevano essere molto letterarie e brillanti, e purtroppo sono solo  gagge.
2.   Attenzione al voler sembrare “normali” a tutti i costi. La fotografia dell’ex candidata PD mentre fa i piatti è un esempio che rimarrà nella storia per l’effetto “sbertuccia mento” che si è portato dietro. Così anche l’immagine del presidente uscente che fa “il cameriere” per il compleanno della figlia voleva essere una simpatica “americanata”, ma ha dato luogo a pesanti ironie. Ramazzare per terra durante l’alluvione poteva essere una buona idea, ma gli stivali erano sbagliati.
Le intenzioni erano buone, ma il risultato finto in tutti i casi. Questo perché una persona, se è professionista della politica, di solito non ha una vita normale, almeno in quel momento della vita: non fa i piatti, non serve l’aranciata alla festa dei figli, e magari li aiuta i vicini di casa, ma il suo gesto si perde nel marasma del momento.
La normalità è fatta di tante cose, non va ridicolizzata o ridotta a “figurina” con i soliti stereotipi casalinghi. Meglio un bel pranzo in famiglia o con i collaboratori, se proprio proprio.

3.  Collegato al punto precedente, c’è il fatto degli scleri personali. Mettersi a parlare d’amore, per esempio, può divertire me che mi appassiono alle trasformazioni delle persone ad opera dei social network, ma conto meno del due di picche. L’elettore non capisce perché quel candidato debba esternare la sua passione politica attraverso metafore sentimentali, dichiararsi capace di amare “molto e in profondità” suscitando inquietudini ambosessi, avventurandosi in battute di spirito, in sostanza: autocelebrando il privato. Ma anche no, grazie! La riservatezza non è freddezza: anche qui, è normalità, questa sconosciuta. Però, siccome va anche mostrato che il candidato/a è “uno di noi”, potrebbero andare bene la famiglia (col contagocce), lo sport, gli animali senza esagerare, la lettura non accademica.

4.   Tenere al guinzaglio i supporters più invasati. Il sostegno va benissimo, ovviamente, e fa audience e popolarità, ma occhio alle sciocchezze adoranti, alle professioni di fede assoluta, agli attacchi agli avversari, all’imperversare sugli spazi virtuali (quindi reali) altrui. Si chiama violazione della privacy, molestia, e rovina immediatamente la reputazione del candidato che ha la sfiga di raccogliere questo tipo di consenso.

5.   La questione di genere. Comincia a farsi strada la sorprendente consapevolezza che le donne in politica esistono, e vivono perfino di vita propria, qualche volta. L’argomento è spinoso, perché suscettibile di equivoci.
Diciamo che invocare il voto a una donna in quanto tale aliena immediatamente le simpatie di chi è sufficientemente evoluto sulle questioni di genere, oltre a dare ragione a quelli che si fanno un vanto di non essere “femministi”. La prospettiva di genere può essere un vantaggio in termini di comunicazione se utilizzata correttamente per spiegare le questioni importanti, quali ad es. la conciliazione dei tempi di vita-lavoro, il welfare e i diritti della famiglia e dei bambini, l’occupazione femminile ecc. Ma raccontare in chiave politica- femminista qualsiasi episodio, beh, indispettisce parecchio l’elettorato attento a questi argomenti (gli altri semplicemente non capiscono il senso, e giustamente). E occhio al paternalismo, ragazzi.
 6. I meriti e i sacrifici. 
E’ consigliabile non farla tanto lunga con i propri meriti e le tragiche rinunce che il candidato/a ha dovuto affrontare per la campagna elettorale o in generale per scendere in campo. Posto che i  discorsi dell’ “amore per la mia terra”, del “bene della Sardegna” e del “mettersi in gioco”  li prendiamo per buoni non per ingenuità ma perché sono il prevedibile refrain di ogni lessico politichese che si rispetti, ci vuole sobrietà nello spiegare le cose che si sono già fatte (se il candidato è in cerca di riconferma o una nuova chance).
Per carità non venga in mente al candidat* di lamentarsi delle cose a cui rinuncia, soprattutto MAI, MAI dire cose tipo “avrei potuto fare questo, starmene tranquillo e invece…”.
Perché no? Semplice: perchè A. non glielo prescrive il medico e B. contrasta con l’immagine cavalleresca di salvatore e martire della Sardegna. L’elettore medio potrebbe pensare, a ragione, che in un caso ha fatto semplicemente quello per cui è profumatamente pagati, o in alternativa spernacchiarlo.
Esempio tipico: “ti candidi? Forse perché cercarsi un lavoro è troppo faticoso?”.
7. La mania delle citazioni.
I più molestati sono sempre Gandhi, Gramsci, Sun Tzu, Kennedy e ultimamente Nelson Mandela, ma ho visto anche Jim Morrison. Lo giuro, è vero: la passione per le citazioni (altrui, ovviamente) non conosce limiti. Però il candidat* dovrebbe ricordarsi che non è uno qualunque (tipo me, per esempio) che sta cazzeggiando sui social network e quindi posta le sue frasi del cuore, ma al limite farlo in maniera oculata e parsimoniosa. Appropriarsi delle parole di qualche grandissimo può far sembrare presuntuosi, poveri di idee, anche un po’ bimbiminkia, quindi magari sarebbe meglio qualche intervento originale, sintetico, non per forza evocativo di chissà quali sentimenti. E’ stato già scritto tutto, ragazz*: che altro potete fare? E poi io prediligo Oscar Wilde e Groucho Marx, ma non ho ancora letto qualcosa a proposito. Strano, eh?
8. I rapporti con i media.
Devono essere buoni, comunque buoni. Punto. Le invettive sul modello grillino le abbiamo già sentite e sanno di fascismo strisciante, per usare un eufemismo. Giornali e Tv possono e devono essere fruite criticamente, analizzate e contestate, infine spiegate al proprio bacino elettorale di riferimento, ma senza insultare (punto 1.) e senza urlare: quindi no maiuscole, no punti esclamativi, no espressioni tipo “pennivendoli venduti”, “servi” o simili. Ai candidati, se vogliono fare questa carriera,è richiesta una certa competenza linguistica, lessicale, ortografica.
Tutto ciò non perché non è carino o educato, ma perché i media sono utili.
9. Le ideologie
Questi nostri tempi “liquidi” sono anche la terra di nessuno delle ideologie così come le abbiamo conosciute. Troppo lungo e complicato, per quanto meritevole, addentrarsi nelle pieghe del marxismo, del liberismo, degli approcci keynesiani o meno all’economia, del comunismo. Il rischio è il qualunquismo, l’effetto del “sono tutti uguali”, o meglio ancora del “sono ancora e sempre fatti così”. Tutte cose che l’elettore– fatto salvo lo zoccolo duro dei fidelizzati, i militanti, gli studiosi, ecc., che però non sono oggetto di questa rilevazione del Centro Studi Madrigopolis- non segue oltre la seconda frase.
Per pietà, parlate semplice e chiaro. Pochi punti, con numeri e proposte, e tutto nelle prime righe (o le prime frasi). No enunciazioni di principio ovvie: siamo tutti contro la fame nel mondo, contro l’illegalità e gli stivali da eschimese in Sardegna, perché Sardigna no est Groenlandia. Concretezza, grazie.
Dobbiamo capirvi io e anche il mio fruttivendolo (prima di stracciarvi fintamente le vesti in un attacco di virus del politicamente corretto, leggete qui). Il punto 10. è, come abbiamo detto, il pre-requisito fondamentale della purezza giudiziaria assoluta. No condanne, no casini, no polemiche sulla giustizia cattiva. Soprattutto perché l’elettore non ha tempo né voglia di capire le sfumature e le differenze tra i problemi giudiziari di ognuno, e perché non è il suo lavoro.
 Questi sono solo alcuni consigli non richiesti, così per farmi dei nuovi amici. Dell’identità sarda, che in queste elezioni avrà un ruolo fondamentale così come nelle precedenti, ne ho scritto talmente tante volte che mi annoio da sola. Ma tant’è.
E per cercare di arrivare in salute all’ (eventuale) appuntamento elettorale ho idea che sarà necessaria una buona dose di …pazienza? Ottima volontà? Macchè, di alcol! Ecco perché il suggerimento all’elettore/trice è quello di gestire in maniera oculata l’improvviso desiderio di stordirsi quando comincerà a vedere i manifesti elettorali e i santini.
Si può procedere “a scalare”, a seconda della bruttezza e scemenza di ciò che si è costretti a subire:
A. scioppino Ichnusa, anche classicamente a metà mattina
B. Vino bianco a scelta con bollicine
C. vino bianco a scelta fermo, senza bollicine (gradazione superiore)
D. vino rosato (?)
E. vino rosso “classico”, fra i 12.5 e i 13.5
F. vino rosso di proprietà in bottiglia di vetro verde
G. distillati e superalcolici fatti in casa (gradazione sconosciuta).
E gli astemi? Possono sostituire l’alcol con il cioccolato o altri tipi di droga. L’importante è superare il momento critico e la tentazione dell’astensionis…cioè, della dieta ferrea, quella che il mio allergologo chiama la dieta ad eliminazione.

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