Diciotto anni sono tanti, e non passano neppure in fretta. Cagliari Monumenti Aperti li ha appena compiuti ed io anche quest’anno ho provato una segreta felicità per avere contribuito, insieme ad altri ragazzi di allora, a far nascere questa manifestazione che ormai coinvolge migliaia di persone non solo nel capoluogo ma in tutta l’isola e perfino oltre.

Ho provato felicità ma anche sorpresa nel riflettere su quanta forza e determinazione dovevano avere quei giovani che, riuniti nell’associazione Ipogeo, riuscirono a immaginare, progettare e proporre alle altre associazioni e alle istituzioni una manifestazione come Monumenti Aperti. Senza risorse, con forze organizzative limitate (nel 1996 internet era ancora per pochissimi), ma con le idee molto molto chiare. Avevo 26 anni; e, se ci penso, mi sembra che da quei giorni bellissimi di impegno e di speranza di anni ne siano passati cento, non diciotto.

Non voglio certo ora rifare la storia dell’associazione e di come nacque Monumenti Aperti (chi volesse, la ritrova nel racconto che ho scritto con Armando Serri e che trovate nel terzo quaderno del “I racconti di Monumenti Aperti”) ma soltanto aprire un dibattito su questa manifestazione, ben conscio che il tempo che mi separa dalla sua genesi (non diciotto ma addirittura vent’anni) e soprattutto il fatto che dopo le prime due, al massimo tre edizioni io ho lasciato la guida della macchina organizzativa ad altri, mi deve soprattutto portare a ringraziare chi in tutti questi anni ha lavorato duramente perché la manifestazione non solo proseguisse ma incredibilmente crescesse, assumendo un carattere regionale così come gli spetti “pionieri” avevano auspicato. Grazie dunque a tutti coloro che con forza hanno portato avanti l’idea che la conoscenza della città attraverso la storia dei suoi monumenti fosse un fattore di crescita per la nostra comunità. Non era facile né scontato, ma loro ci hanno creduto.

E non c’è orgoglio più grande che vedere una propria creatura nascere, crescere e poi andare per la sua strada.

Dopo diciotto anni però ci si può permettere anche, insieme all’affetto, anche un po’ di franchezza. A diciotto anni si vota, si decide del proprio destino e di quello degli altri, si entra nella maturità. E allora facciamolo un ragionamento schietto su Cagliari Monumenti Aperti.

La manifestazione in tutti questi anni l’ho sempre seguita e vissuta da semplice visitatore, ma pensando all’idealità che l’aveva caratterizzata nei suoi primi anni di vita devo dire che ormai Cagliari Monumenti Aperti mostra una certa stanchezza, dovuta soprattutto alla ripetitività della formula, incredibilmente ancora uguale a quello adottata nella prima edizione.

Dirò dopo quale, secondo me, potrebbe essere una sua evoluzione; perché prima vorrei soffermarmi sui motivi che a mio io avviso stanno appiattendo la manifestazione, rischiando di trasformarla in una sorta di “Sant’Efisio laico”: tutto bello, ma sempre uguale a se stesso.

Forse bisognava intervenire prima, ma l’impressione è che ormai la logica dei numeri, l’enfasi sul numero dei visitatori, crescenti ad ogni edizione, si sia imposta come unico criterio di successo. Per fortuna da qualche anno si è capito che non aveva senso aprire anche fino a 90 monumenti tutti assieme: la retorica del numero però permane, peraltro amplificata da una errata interpretazione giornalistica che fa coincidere il numero delle visite con quello dei visitatori.

Ecco, forse è stato proprio quello il momento in cui, anni fa, la manifestazione ha iniziato a prendere un’altra strada: quando si è ceduto all’ebbrezza di titoli fantascientifici come “Ottantamila persone a Cagliari Monumenti Aperti”, ben sapendo che bisognava dividere almeno per tre per avere una stima approssimativa dei partecipanti. Ma erano titoli che servivano alla crescita della manifestazione, che potevano convincere le istituzioni a investirci le giuste risorse.

Ma non può essere il numero delle firme l’unico criterio di successo di ogni edizione. Ce ne sono altri che, ricollegandoci all’idealità che animava quei ragazzi del ‘96, devono essere ricordati.

Il primo: Monumenti Aperti è nata per valorizzare il ruolo alle associazioni cagliaritane, per dimostrare la loro importanza e la loro vitalità. Con Monumenti Aperti tutte le associazioni cittadine, anche quelle che non si occupavano di beni culturali, si mettevano al servizio di un’idea di crescita culturale comune. La manifestazione era delle associazioni, che la organizzavano e regalavano alla città. 
Le istituzioni erano invece al servizio della manifestazione, intervenendo laddove evidentemente era necessario un lavoro di coordinamento e di offerta di servizi di natura pubblica. Il pubblico si metteva dunque al servizio delle forze creative cittadine, lasciando loro il giusto protagonismo. La sensazione è purtroppo che questo rapporto si sia ribaltato: da qualche anno Cagliari Monumenti Aperti è soprattutto delle istituzioni (del Comune in primis, insieme ai rappresentanti del tavolo tecnico e scientifico), mentre le associazioni sono state costrette a recitare un ruolo ripetitivo e concettualmente marginale.   
A loro spetta a malapena una citazione nel libretto, laddove nelle prime edizioni c’era il giusto riconoscimento di una scheda informativa per farsi conoscere dal grande pubblico.

Da manifestazione che nasceva dal basso, negli anni Cagliari Monumenti Aperti si è trasformata in una iniziativa calata dall’alto, con tanto di imbarazzanti passerelle di politici, annunci dal neanche troppo vago sapore elettoralistico, iniziative strumentali tese a giustificare una politica sui beni culturali che ancora in città non esiste.

Anche perché (e questo è il secondo criterio che a mio avviso bisognerebbe utilizzare ogni anno per valutare la riuscita della manifestazione) Cagliari Monumenti Aperti nasceva come stimolo perché le amministrazioni si impegnassero ad aprire 365 giorni all’anno i loro monumenti. 
In diciotto anni quanti monumenti cagliaritani sono stati aperti in più rispetto a quelli già fruibili? Quante associazioni, con lo stimolo delle istituzioni, hanno adottato un monumento? Temo che le risposte possano essere sconfortanti, la sensazione è che per certi aspetti ci sia stata addirittura una regressione. Ogni anno si ripete stancamente la solita tiritera, si prefigurano scenari che nessuno però poi si impegna a costruire, si lanciano slogan, si fanno buoni propositi. Ma tutto resta uguale. Le istituzioni si fanno belle con la manifestazione ma poi tradiscono le attese: l’Orto Botanico, ad esempio il sabato e la domenica è sempre chiuso: perché? E perché sull’onda del successo annuale (è sempre uno dei siti più visitati) non si è mai riusciti a convincere l’università ad estender le giornate di apertura? E questo è solo un esempio fra i tanti possibili.

Terzo criterio: far crescere nell’opinione pubblica una maggiore consapevolezza della necessità di difendere i beni culturali da qualunque tipo di assalto e di speculazione. Cagliari Monumenti Aperti è nata nel bel mezzo della battaglia per Tuvixeddu e da quella questione l’associazione Ipogeo trasse importanti indicazioni, anche operative. Monumenti Aperti ha l’obbligo di essere un presidio contro ogni attacco ai beni culturali. Purtroppo dobbiamo constatare che nulla ha impedito alla città di celebrare la manifestazione e contemporaneamente devastare l’anfiteatro con le tribune in legno o progettare di realizzare un parcheggio sotto le mura di Castello. 
Cagliari Monumenti Aperti ha l’obbligo di trasformare le decine di migliaia di visite che si celebrano ogni anno in una consapevolezza e in una azione politica concreta e al servizio della città: altrimenti resta solo la retorica dei numeri e le passerelle di sindaci e di assessori che si fanno belli con la fatica dei volontari.

Protagonismo delle associazioni, singoli monumenti aperti tutto l’anno, maggiore consapevolezza della necessità di tutelare i beni culturali. E poi, alla fine, il numero dei visitatori. Questi dovrebbero essere i criteri per valutare Cagliari Monumenti Aperti. Oggi però di parla solo di “record”.

Non va bene, anche perché è chiaro poi che la formula così non funziona più e dopo diciotto anni sarebbe anche venuto il momento di cambiare. Ci sono in campo risorse ed entusiasmo che possono far evolvere Cagliari Monumenti Aperti in qualcosa di molto simile al “Maggio dei monumenti” napoletano. Non più un fine settimana dunque ma quattro settimane di iniziative ben calibrate, con percorsi tematici e laboratori preparatori tutto l’anno. È difficile? Anche 18 anni fa iniziare era difficile, e c’erano meno risorse e meno organizzazione.

Bisognerebbe aprire un dibattito pubblico sulla manifestazione, e servirebbe anche un momento di riflessione sulla gestione dei beni culturali in Italia, sul ruolo dei privati e del volontariato, potrebbe essere un appuntamento di rilievo nazionale che Cagliari potrebbe ospitare ogni anno, evidenziando così il suo ruolo di guida.

Ma soprattutto bisogna rimettere la manifestazione nelle mani delle associazioni e delle scuole. Loro dovrebbero essere le protagoniste assolute, mentre la politica e le istituzioni dovrebbero fare un passo indietro.

Cagliari Monumenti Aperti è una manifestazione bellissima che ha ancora tanta strada davanti a sé. Va percorsa con coraggio e lungimiranza, sapendo che il lavoro straordinario fatto da tantissime persone in questi anni può essere perduto. Ma adesso occorre veramente fare un salto di qualità.

Vito Biolchini

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