Nella versione col punto interrogativo finale è l’ossessione dei bambini e pure dei grandi, anche se lo mascherano meglio: il perché è in fondo la parola delle parole.

La utilizziamo per cercare una risposta o una consolazione all’illogicità della vita, all’agenda quotidiana di cui non capiamo gli appuntamenti che noi stessi abbiamo fissato perché il tempo è passato e non siamo più quelli di ieri o della settimana scorsa.
Perché? A volte non si fa trovare, oppure non c’è, soprattutto nelle cose brutte che affollano questi tempi interessanti, come dice quella antica maledizione cinese. Altre volte è meglio non cercarlo, quel momento in cui il ? si trasforma in punto: non sempre le risposte sono meglio delle domande, e questo vale anche per chi formula le une e le altre.

Se non è una domanda ma una spiegazione è talvolta un moto necessario, spesso una costrizione, nei casi felici è il dispiegamento della personalità: sono così e anche cosà, faccio questo, sogno quest’altro, a volte mi alzo presto e detesto i peperoni (ma le melanzane mi piacciono assai).
Altre volte basta chiamarlo, il perché, e arriva. E forse dovremmo farlo più spesso: per ognuno di noi che chiede c’è qualcuno che vuole rispondere, magari perché per tanto, troppo tempo nessuno gli/le ha chiesto nulla e invece la nostra natura è quella di raccontarci sempre a chi sa e vuole ascoltarci.

‪#‎LetteraP‬

Inoltre vi consiglio di leggere...

Rispondi