Insulti dell’età moderna: intellettuale. Aggettivo da attribuire a una persona noiosa, egocentrata, lontana dalla realtà.  

Segnali allarmanti che si sta prendendo questo brutto andazzo: ti dicono spesso (e da molto tempo) che “parli bene, scrivi bene, anche se fai dei giri per arrivarci…però mi piace, eh!”. Seguono, di solito, sconfortanti prese d’atto che anche se ti piacerebbe molto, non è che parli bene o scrivi bene, ma semplicemente tanto. Inoltre chi te lo dice è di solito troppo generoso, e poi ormai è diventato degno di nota, quasi trasgressivo, non utilizzare la K al posto di “ch”, leggere cose diverse da Fabio Volo, Twilight o Cinquanta sfumature di minchia* (prima che mi possiate accusare di chissà quali pesantezze autoreferenziali, andate a leggervi l’asterisco sotto, però).
Talvolta “intellettuale” è anche un sostantivo che indica le menti più brillanti in circolazione, quelle che leggono la realtà, mostrano i problemi della società, sviscerano gli aspetti della vita quotidiana perché gli altri possano discuterne, che sarebbe poi il fine ultimo dell’attività intellettuale non esclusivamente fine a se stessa (in questo caso si chiama “sega mentale”): per essere più consapevoli della realtà e partecipare alle cose del mondo (la politica, la propria città, anche uno stile di vita piuttosto che un altro).
Quindi, mi chiedo leggendo qua e là, guardando la televisione come tutti, leggendo i giornali come molti, utilizzando la Rete, i social network, eccetera, quindi perché gli “intellettuali” (fra i quali gli scrittori, i giornalisti, gli insegnanti, gli artisti, tutta gente che certamente comprende l’importanza delle parole), si ostinano a parlare, scrivere, dibattere e in definitiva mostrarsi al mondo con parole astruse, citazioni incredibili, ragionamenti misteriosi come la Stele di Rosetta? Ho sentito con le mie orecchie, a una conferenza sul lavoro precario, gente che partiva dal marxismo leninismo per arrivare non so dove (mezz’ora dopo me n’ero finalmente andata). Ho letto citazioni di Kundera per disquisire della necessità di finanziare la cultura, sento ogni giorno, in qualunque talk show, politicanti d’ogni colore incastrarsi nelle sabbie mobili del politichese più bieco o in lunghissimi poemi alla Nichi Vendola. Di solito, spengo (o svengo).  
Ma parlare semplice, no? Diminuire, almeno, questa distanza tra il “paese reale” e quello “intellettuale”, sempre un po’ professorale, radical chic, che se la canta e se la suona mentre l’italiano medio esclama soddisfatto “ecco, Berlusconi l’ha detto subito, che lui abolisce l’IMU!”, problema ben più cogente della filosofia politica di cui sta discutendo in quel momento, che so, a L’Infedele. O lo scopo è proprio quello di non farsi comprendere, di “parlare bene o scrivere bene”…e basta?
Intellettuali pensanti e parlanti (non per essere la solita, ma guardate che possiamo esserlo tutti, in potenza): vogliamo consegnare definitivamente il mondo al solito Silvio, agli ex comici un po’ fasci che gridano da un palco, al “piovegovernoladro”, ai titolacci di “Libero”, “Il Giornale” e a tutti quelli che almeno si fanno capire, e bene?
* per esempio, Stephen King, che considero un vero scrittore; ma anche gli ultimi libri letti, cioè “Storia della mia gente” di Edoardo Nesi e “Le ceneri di Angela” di Frank McCourt, mi hanno dato tanta soddisfazione. Fra le boiate più incredibili mai lette, “American Psycho” di Easton Ellis e “Follia” di Mc Grath; nei mattonazzi mai terminati ci sono pure “Gomorra” di Saviano (ebbene sì, l’ho detto!),“Ogni cosa è illuminata” e la “Versione di Barney”. Ora, finalmente, nessuno mi insulterà più con quella brutta parolaccia di cui sopra: intelletto che?

[nella foto, un futuro intellettuale] 

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