Avete mai guardato la gente negli aeroporti? In questi non-luoghi di passaggio, che per alcuni diventano anche una seconda casa, c’è tutto un mondo di facce, espressioni, attese e impazienze. Alle undici della sera, ad aspettare tre voli nazionali, c’è un bel po’ di gente: ragazze eleganti con i tacchi, ragazzi in canottiera e ciabattine, bambini stufi nel passeggino, adolescenti che aspettano il papà e si piazzano davanti alla porta magica degli arrivi per mezzora. Le persone cercano un posto dove mettersi, qualcuno è un navigato habituè dell’attesa e ostenta abitudine alla cosa, i pendolari del weekend sono parecchi; le luci al neon sono gialle e implacabili. Si sta un po’ in piedi, a braccia conserte e cercando di darsi un tono, e un po’ seduti, non troppo lontani dagli altri ma neanche troppo vicini. Comunque dopo qualche minuto le alternative sono due: o attacchi bottone con il tuo vicino di poltroncina e o ti fai un giro nell’enorme spazio semideserto. C’è qualche cartellone pubblicitario, due display luminosi che la gente fissa come fossero l’oracolo (nel senso che fanno previsioni spesso fumose, talvolta contraddittorie, qualche volta disattese). Niente è più malinconico di un bar aperto in un aeroporto alle undici e mezzo di sera, è lì a mò di consolazione per chi aspetta, forse, ma quelli che aspettano vogliono solo, tra piccoli sbuffi e dondolamenti di piedi, che l’attesa finisca. La coppia di signori anziani di fianco a me aspetta la figlia da Milano, la ragazza vestita di bianco alza un cartoncino con un nome straniero; quasi tutti sono schierati in attesa davanti alla porta scorrevole da ben prima che l’aereo sia anche solo atterrato. Qualcuno si sporge ad ogni apertura per buttare un occhio sulla grande sala al di là, cercando di intravedere la sagoma del proprio affetto: perché in aeroporto i sentimenti si personificano in modo preciso, li vedi arrivare trascinando un trolley o due valigione, l’espressione perplessa e un po’ timorosa di mostrarsi finchè non capiscono che c’è qualcuno ad aspettarli. E allora vedi volti che letteralmente si spalancano, sorrisi che si aprono, braccia che si alzano per degli abbracci un po’ goffi, dei baci veloci senza quasi fermarsi, chè non si può mica stazionare in mezzo alla gente che passa, e si avvia verso l’uscita.

8 comments

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Hai ragione, gli aeroporti sono tutti uguali, piccoli e grandi che siano, come le stazioni, si portano dentro tanta umanità, un’umanità che tu sai osservare 🙂
ciao

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Una bellissima descrizione, molto vivida.
Lì ho visti tutti, mentre leggevo!
Complimenti.

a presto

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Grazie, amici del blog!
**Baol, mi piacciono anche le stazioni (anche se sono più caotiche), e avendo fatto 5 anni di pendolarismo sul treno per 6 giorni alla settimana ho osservato tantissimo anche lì 🙂

**Ciao Emily, grazie, sei gentile!torna presto a trovarmi, magari per la seconda puntata dell’umanità che aspetta… 😉

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Rieccomi alla sua corte, onesta sovrana di Madrigopolis.
Giungo or ora dall’aeroporto, che la mia diletta principessa, è ritornata in nordiche terre a lavorare. Non so quanta gente di soppiatto ci adocchi ogni qual volta io e lei ci riabbracciamo in aeroporto dopo lungo tempo, ma immagino sia uno degli spettacoli che più riscaldano il cuor..
Cordiali saluti Magna Sovrana

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Alle undici della sera il venerdi, e alle 6 della mattina il lunedi. Due orari che hanno scandito i miei 18 mesi; e a ripensarci non so come ho fatto! è un esercito, quello del venerdi sera, armato di trolley, di pc , panino del baretto delle partenze. Stanchi, stanchissimi degli infiniti ritardi per: mancanza dell aereomobile,ritardo dell equipaggio,guasto all aria condizionata,malore del capitano,nebbia,uccelli in pista…ecc…con la voglia solo di arrivare a casa e di farsi una doccia calda per togliersi di dosso quell odore di umanità in partenza , almeno per 48 ore ,perchè poi lunedi mattina all’alba si è di nuovo lì.

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Io provo le stesse cose nelle stazioni, a me più famigliari degli aeroporti.
Si imparano tante cose sulle persone osservandole quando sono lontane da casa, quando sono in preda alla nostalgia perchè l’hanno appena lasciata, o hanno quella luce felice negli occhi perchè stanno per tornarci. Quando piangono per un amico, un amore, un parente mentre gli dicono addio, quando gli corrono incontro soffocandolo di abbracci per dargli il bentornato.
Nei luoghi di passaggio, luoghi di tutti e nessuno, siamo tutti un po’ più nudi agli occhi degli altri, un po’ più fragili, un po’ più umani. Trovo bellissima questa cosa.

Ciao, a presto.
P.S. Ti ho aggiunto ai blog amici, spero non ti dispiaccia.

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Ho passato 3 anni negli aeroporti… sono un esperto e condivido la tua descrizione 🙂

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Nulla di ciò che è umano mi è estraneo, nostalgia, impazienza, timori…erò lì che pensavo “astrattamente”… Poi, ieri sera, ho realizzato con sgomento che Azzurro (il mio principe-à-porter) sta per ripartire, ed è stata una badilata in faccia 🙁

** quindi, Antonio, ti capisco, la nostalgia per principesse e principi è dura da sopportare…meno male che la tecnologia aiuta :-))

** Giorgia, sei stata brava e forse hai anche scoperto una resistenza che non sapevi di avere…o sì?

**ciao Ross, e grazie per il link, mi fa molto piacere! 🙂 Anche io sono una espertona di stazioni…magari ci faccio un’altra puntata (quando mi riprendo dalla mia malinconia che lentamente avanza)!

** S.B. : tre anni? ammazza! e ora ti manca quel girovagare o sei contento di tornare a casa la sera? 🙂

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