Quante volte l’abbiamo visto nei film, quel metodo di auto aiuto (self-help, appunto, versione evoluta dell’aiutati che il ciel t’aiuta) che insegna ad affrontare problemi gravissimi come, ad esempio, l’alcolismo? 
Un gruppo di persone che si riunisce e, di solito seguendo un programma in 12 passi basato sul riconoscimento del problema, si confronta e si appoggia ad altri nella sua stessa situazione, tentando di rimanere lontano dalla sua dipendenza.
E non potremmo farlo anche noi giornalisti o quasi tali, in tutte le nostre varianti (disoccupati, precari, chi si occupava di cultura, politica a vario titolo, chi faceva l’addetto stampa, lavorava sul cartaceo o i radio o sul web, i freelance, gli schiavi di redazione, insomma tutti) per superare i momenti brutti, che, ne sono certa, ci sono? 

Perché vedete, una delle caratteristiche di chi ha un problema serio come il mio con questo lavoro è quello di nascondere la propria dipendenza, pensare di averla accettata e di saperla gestire, magari dedicandosi ad altro. Un altro lavoro, la famiglia, gli amici, lo sport, il giardinaggio, nel frattempo pregando di essere colpiti da analfabetismo di ritorno o in alternativa da qualunquismo fulminante: un mese e pum!, divento normale e non rompo più le palle a nessuno.

E invece no! Come la tentazione di un solo bicchiere, prima o poi quel desiderio tremendo tornerà fuori, e sarà difficile da gestire, perché poche cose al mondo pervadono così una persona umana. Torna, cazzarola, eccome se torna: quindi ho deciso, devo trovare qualcun altro che condivida con me questo tentativo di smetterla, con questa maledetta dipendenza. 

Già mi immagino la prima riunione:  

Interno giorno. Una sala spoglia, che potrebbe essere un salone parrocchiale o simili. Non ci sono libri, televisione, radio, computer, perché l’assenza di stimoli è fondamentale. Gli smartphone, con cui la dipendenza è peggiorata molto negli ultimi mesi, sono stati lasciati all’ingresso, su un tavolino. Spenti. Circa 8-10 persone sono sedute in circolo su delle sedie piuttosto scomode, a distanza di sicurezza l’uno dall’altro, per evitare bisbigli, gossip, fughe di notizie e commenti sugli ultimi eventi del mondo, del Paese, della città e perfino della strada in cui si abita.

Mi alzo in piedi: “Buongiorno a tutti, mi chiamo Francesca e sono- più o meno- una giornalista”
Gli altri rispondono, tirati: “Benvenuta, Francesca”

F.: “ecco, io…io..ho un problema, credo”

Altri, in coro: “Raccontaci il tuo problema, Francesca”

F.: “ecco, io..io volevo fare un lavoro…cioè, non un lavoro..insomma, volevo fare questa cosa che mi piaceva, e l’ho anche fatta per un po’…però poi…”

Un ragazzo, in un angolo, si asciuga furtivamente una lacrima. 

A.: “coraggio, siamo con te, con noi puoi parlarne!” 

F.: “sì, lo so, grazie…allora io ho sempre voluto fare questa cosa…i segni si sono visti molto presto, già da piccola non pensavo di fare la ballerina o l’astronauta, ma la giorn…la giornal…scusate, non ce la faccio”.

Il ragazzo grida: “giornalista!” e scoppia a piangere. Una ragazza allunga la mano per consolarlo e gli porge un  fazzoletto.

F.: “sì, ecco, grazie per averlo detto tu..io non riesco più a dirlo. Sulla carta d’identità ho fatto scrivere ‘casalinga’”

Un mormorio atterrito pervade la sala. Interviene una ragazza.

Ragazza: “Non c’è nulla di male! Magari è temporaneo, e comunque non è colpa tua, Francesca. Ricordati che devi amarti, sempre e in qualunque condizione. L’amore è la risposta! E anche il fatto che non ci siano possibilità di lavoro (le trema la voce), perché i giornali chiudono, le radio muoiono, l’online non decolla, chiunque vuole fare o crede di essere giornal..gior…quello, insomma!”

F.: “ehm, certo…l’amore è la risposta, lo credo anche io. Ma la domanda quale era? Ah, sì: perché non riesco a controllare questi impulsi? Credevo di essermene dimenticata e invece.. invece no!”

Il ragazzo ha smesso di piangere e interviene:

R.: “vorrei dire qualcosa anche io. Anche io ho il tuo problema, Francesca…mi è sempre piaciuto scrivere, anzi è l’unica cosa che so fare bene. E tutti mi facevano i complimenti…ho anche preso 10 al tema della maturità! Allora mi sono detto, proviamo a fare questo lavoro, ma poi…poi…” (gli si spezza la voce).

F.: “comunque, ecco, volevo solo dirvi, perché so di essere tra amici che condividono il mio problema, che sto provando ad uscirne. C’ero quasi riuscita, poi basta un momento di stress o una distrazione e subito mi torna la voglia di scrivere! Credevo di aver dimenticato il passato, ma non riesco…stanotte mi sono svegliata alle 4 con la tachicardia pensando a una cosa che volevo scrivere! Alle quattro del mattino! Io mi sto rovinando la vita, non riesco più a controllare questa cosa”.

Ragazza: “io vorrei chiedere se agli altri succede quello che capita a me…non so, forse è troppo brutto…”

Altri, in coro: “sei tra amici, ricordatelo…dicci cosa ti preoccupa”

R.: “ecco, mi succede di essere invidiosa di quelli che scrivono sui giornali, o lavorano nelle radio, ma non quelli bravi…quelli mi piacciono, li apprezzo e mi fanno venire voglia di migliorare, di fare cose.. Ma quelli scarsi…quelli che non sanno usare la punteggiatura! Quelli che il punto è un’opinione, o quelli che fanno certi titoli…quelli che scrivono come in terza media…e lavorano…lavorano, capite?”

F.: “…magari sono anche pagati normalmente…cioè, per dire, più di 8 euro lordi a pezzo…”

R.: “molti hanno dei contratti..hanno uno stipendio! E comunque L-A-V-O-R-A-N-O!!!!” 

(il tono è stridulo, la ragazza impallidisce e si accascia sulla sedia. Panico in sala).

F.: “oddio, mi sento in colpa…ho sollevato il problema e ora…”

Nel frattempo la ragazza si è ripresa, beve un po’ d’acqua e si guarda intorno, mesta.

F.: “grazie, anonima amica, per la tua testimonianza…ecco io credo che sia importante non sentirsi soli in tutto questo…nascondersi aiuta, ma solo per un po’, poi è inutile, tanto il problema riemerge. Credo che la cosa migliore da fare sia incontrarci periodicamente per parlarne, più di tanto non possiamo fare in questo momento…forse, a ben vedere, se questi maledetti giornali li chiudessero tutti sarebbe meglio per noi, no?”

Il ragazzo della furtiva lacrima esclama: “purtroppo c’è la radio! E l’online, come la metti con l’online? E Facebook? Pensi di sfuggire al richiamo del social network, pensi di non accendere mai più la televisione, credi di farcela a non interessarti mai più al mondo? Perché ricordati che se vuoi smettere, devi smettere totalmente! Non c’è via di mezzo per uscirne…sennò ci ricadi come niente!”

F.: “hai ragione…io ho capito che stava diventando grave quando la mia vita sociale è andata in pezzi. Le amiche non mi telefonano più, mi dicono che sono solo una grande ‘bugona’ (pettegola, NdR), e mio marito…lui…

Altri, in coro: “lui????….”

F.: “anche mio marito, quel sant’uomo, comincia a guardare con interesse la Parodi in televisione, da giornalista a cuoca…e io so cucinare a malapena l’arrosto!”

“Oooohhh” di sgomento. I partecipanti si agitano sulla sedia. Interviene un altro ragazzo:
  
“Propongo di aggiornare la seduta alla prossima settimana…riflettiamo su quello che ci ha detto Francesca. Pensiamo a come cambiare le cose che possiamo cambiare e accettare quelle che non possiamo cambiare o come cazzo si dice. E in questi giorni, non smanettate troppo su Facebook e leggete solo i titoli delle notizie! E se vi viene voglia di contattare qualche collega per aggiornarvi sulle cose del mondo, chiamate un altro membro del gruppo prima di farlo e cerca te di controllarvi. E soprattutto, ricordatevi che il giornalismo è questo, bellezze!

Silenzio. Tutti si alzano dalla sedia, si salutano velocemente, lo sguardo basso. Appena fuori, si allontanano velocemente e riaccendono lo smartphone.  
Un coro di trilli di notifiche turba per qualche minuto l’aria serena di un frizzante mattino di febbraio.

(la foto è di Fiorella Sanna)

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2 comments

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Cara Regina Madry,
nessuno ci impedisce di fare i giornalisti. Ci mancherebbe: un pezzo di schermo dove scrivere non si nega a nessuno. Il punto è che per fare questo mestierino, a metà strada tra il crastulo e l'esaltazione di ogni poro del nostro ego, pretendiamo anche di essere pagati. Ma ti rendi conto? E' da tempo che vado dicendo, I giornalisti dovrebbero pagare per fare il loro lavoro. Non trovi? Dovremmo essere noi a pagare gli editori. Sarebbe un mondo molto più giusto e molto più sereno. Molti di noi non avrebbero più le crisi di cui tu parli, niente gruppi "giornalisti anonimi", niente più gare per essere assunti quando il papà va in pensione. Niente più schiavitù. Niente più ingiustizie. Niente più precari. Niente telefonate tra potenti per segnalare il nome di quello o di quella che "sai, una volta assunto, vedrai che ci da' una mano". Niente di queste porcherie. Pensaci. Può essere una soluzione (finale) per risolvere il problema dei giornalisti arroganti e presuntuosi che pretendono con assurda follia di ricevere denaro in cambio di qualche parola digitata su un pc. Viva la libertà!
Walter Falgio

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Caro Walter, quoto in pieno la tua proposta:paghiamoli noi e facciamola finita.o in alternativa…facciamo altro,sempre che si riesca a trovarlo!
(Sarebbe questa,in fondo,una vera soluzione finale)
Ps:pero' l'esaltazione dell'ego,dai,un po' e'vera,eh? 🙂

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