I nonni paterni venivano dalla Toscana, uno quasi ligure e l’altra delle dolci colline della Lucchesia; dal lato materno uno faceva il daziere a Villacidro, nel profondo Medio Campidano, l’altra era arrivata dal Veneto per lavorare e pedalava da un paese all’altro per far nascere i bambini, una delle prime ostetriche che aveva studiato all’Università. Mio marito è dell’Oltrepò pavese, anche loro un po’ terroni rispetto a Milano, e talvolta gli dico che il nostro è un matrimonio multiculturale. Io, nata e cresciuta in bidda (paese) abito a Cagliari, città che adoro, ormai da più di tre lustri non sentendomi però completamente casteddaia.
 
Dopodomani mi ricorderò con piacere della ricorrenza dell’Unità d’Italia, anche se, diciamocelo, fino allo scorso anno nessuno si preoccupava minimamente della questione. Ma stavolta è diverso: le cifre tonde o quasi suonano bene e sono pronta a scommettere che l’anno prossimo i festeggiamenti per l’anniversario dell’Unità d’Italia non saranno così enfatici. Ma 150, vuoi mettere? E allora mettiamoceli. 
Mettiamoci che noi sardi siamo anche italiani nel midollo, in un nucleo culturale- esistenziale che è lo stesso di quelli “del continente”, volenti o nolenti: ecco perché le pulsioni indipendentiste mi lasciano perplessa. Non si spiegherebbero altrimenti certe scelte politiche di massa, certi silenzi e certe inerzie davanti a fenomeni di scempio ambientale, paesaggistico, certi atteggiamenti largamente condivisi sullo scambio tra salute e lavoro, l’arte di arrangiarsi e accontentarsi, credendo a uno che spaccia promesse visibilmente fasulle ai cancelli di una fabbrica, rivoltandosi contro i fratelli che occupano una torre per difendere il lavoro eccetera (purtroppo). D’altro canto, siamo profondamente diversi dai fratelli (fratellastri?) italiani, per vari motivi di ogni ordine e grado che non è necessario elencare, mica devo fare una campagna elettorale a colpi di demagogia un tanto al chilo, io! 
Ognuno ha i suoi sentimenti nei confronti della propria terra (così come li hanno i toscani, i friulani, i siciliani e i lombardi), che possono convivere serenamente (e magnificamente) con quelli del resto del Paese. Questo è il mio sentimento sardo-italiano, per questo sono contenta che l’Italia sia una, anche se il lavoro non è finito mi piace pensare che certe divisioni, fomentate ad arte per motivi gretti e personali, un giorno verranno definite per quello che sono: eversive dello Stato e della nostra convivenza civile.
Per quanto mi riguarda, io che spesso, soprattutto in gioventù, mi sono sentita chiedere “ma il tuo cognome non è sardo, vero?” con un miscuglio di diffidenza e curiosità che oggi mi fa tanta tenerezza, e che talvolta ho sentito persone fare i conti matematici sulla percentuale del mio sangue “veramente” sardo (un quarto se non sbaglio, ma non sono mai stata brava a fare i conti, più a individuare gli idioti semmai), mi sentirò per un giorno un po’ più italiana del solito, anche perché per me “Sa die de sa Sardigna” dura 364 giorni l’anno (e ancora non ho capito la necessità della ricorrenza). A chent’annos, Italia: sperando che molte cose migliorino.

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