‘Enjoy the silence’, ma anche ‘the sound of silence’: le canzoni più belle cercano da decenni di fregarci, convincendoci che stare zitti è sempre cosa buona e giusta.
[Però vorrei far notare che cose tipo “hello darkness my old friend” non è che siano poi questa allegria vivificante, eh.]

E in un certo senso è vero: stare in silenzio è uno dei segnali più forti che si sta bene con qualcuno/a: è un momento di grazia, di accoglienza e raccoglimento, il controllo di qualità dell’amicizia e le forche caudine per qualche amore che a stento sopporta di non sapere tutto e subito.
Nel silenzio crescono ma soprattutto muoiono le relazioni, anche perchè si ha più tempo per osservare e per capire il funzionamento di chi ci sta davanti: è un’arma pericolosa, un kalashnikov travestito da pistola giocattolo, forse ci vorrebbe il porto d’armi per utilizzarlo.

Come ogni strumento, il silenzio può essere usato bene o male: per punire, per rilassare e rilassarsi, per fuggire o per restare.

È anche pigrizia cosmica, eh: molto più faticoso cercare di spiegarsi o raccontare che stare zitti, anche se spesso questa è l’ultima spiaggia per chi è sommerso di “…parole, soltanto parole, parole tra noi” e le caramelle e i violini, appunto, li rimanda al mittente.
Ognuno di noi ha un rapporto diverso col silenzio, che cambia col tempo e le persone: e comunque, anche se ogni volta aumento il volume della radio e improvviso un karaoke, non sono ancora riusciti a convincermi che “words are very unnecessary/they can only do harm”.

#LetteraZ

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