“Avevi altro da fare? O sei uscita apposta per vedere me?”. Lo stupore del mio interlocutore indica la scarsa pratica della nobile arte della vicinanza.

Cioè il voler stare con gli altri (non tutti), per parlarci e guardarli e farsi guardare, dimenticando per un attimo la nostra agenda coosì piena, manco fossimo la prossima presidente degli USA.
La vicinanza è rischiosa, uno sport estremo con conseguenze imprevedibili: come quelli che si arrampicano a mani nude sulle montagne, anche qui ci vuole cuore e prudenza, senso della sfida per espugnare certe roccaforti di solitudine, pazienza e resistenza, soprattutto.

Lo facciamo per amicizia, per amore, per un motivo non ben definito nè formalizzato che ci spinge a voler stare lì, accanto a qualcuno, spesso con risultati altalenanti. Ma la capacità di stare “vicini” non si arrende, solitamente: è quello che in fondo ci distingue dalle piante, dalle pietre e dai mandroni (“pigri”, NdR) anaffettivi.
La vicinanza non è socialità nè attitudine a farsi vampirizzare, ma una appassionante miscela di calore, ascolto, qualche calcio negli stinchi e un po’ di misericordia per le nostre imperfezioni, compresa quella di chi è invece sentimentalmente stitico, poveretto.

C’è chi vede meglio da lontano e chi da vicino, tutto qui.
Però da una certa età in poi è necessario combattere la presbiopia, che a causa di abitudini, convinzioni, pigrizia e agende “incasinatissime”, ci rende difficile leggere le persone e le cose da vicino: io, per sicurezza, penso già agli occhiali, a farfalla e con strass.

‪#‎LetteraV‬

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