“Il mio tempo non mi ha messo alle strette. Non mi ha messo alla prova. […] non costringe a rispondere. Non pretende i sì e i no, lascia quasi intero il campo ai forse. Chi sei? Che cosa pensi? Credi in Dio? “Non sa, non risponde” è un segmento dei grafici demoscopici: lo abitiamo a nostra insaputa.”
Le prime pagine del bel libro-saggio di Paolo di Paolo, “Tempo senza scelte” (Einaudi 2016), tracciano subito lo scenario su cui si muove la domanda che campeggia in copertina, la domanda per cui l’ho acquistato e letto: “…è ancora possibile prendere decisioni radicali, accettare il rischio, percorrere una strada fino in fondo?”
L’autore esamina, anzi racconta, i casi che chiamerei evidenti – Piero Gobetti, Federico Garcìa Lorca, Hans e Sophie Schnoll, i fratelli antinazisti della “Rosa Bianca”- , in cui la scelta è stata chiara e definitiva, radicale appunto, e per questo a suo modo felice e fondativa di sé e del resto del mondo intorno (tu chiamalo, se vuoi, esempio).

La critica- neppure sottile, anzi esplicita- è ai tempi e ai modi della contemporaneità, cioè a una modernità che rimanda la scelta all’infinito, e alle possibilità che abbiamo di minimizzarla, derubricarla, annacquarla quasi. Parliamo non di questioni di vita o di morte o di gesti eroici, ma di una forma mentis che riduce molto, se non tutto, a un appiattente “e che sarà mai?”(la mia incapacità di andare oltre pag. 17 de “Il desiderio di essere come tutti” di F.Piccolo ha influito su questi piccoli appunti, lo ammetto).
Il focus è sugli scrittori, che fanno della loro attività uno strumento di racconto del mondo e quindi, attraverso la loro prospettiva, si impegnano.

Paragoni insostenibili con il panorama attuale, se pensiamo a Pasolini, Gramsci, Sartre, Camus o anche Primo Levi, che in una intervista straordinaria ripresa da Doppiozero (qui), afferma che “…penso si possa dire che ogni intellettuale si prefigga almeno uno scopo di vita, che può essere immanente o trascendente. Il mio scopo, quello di cui avevo coscienza, era quello di portare testimonianza”.
Testimonianza, sguardo sul proprio tempo, quindi.

Lo scrittore, e l’intellettuale, devono però farsi capire, non foss’altro che per neutralizzare il banale fenomeno dell’odio per gli intellettuali.

Odio che è stato palese o strisciante a seconda del periodo storico, e che nel nostro si caratterizza per una sfumatura ambivalente. Da un lato il “vorrei ma non posso”, cioè il volersi vedere riconosciuta una statura culturale e una capacità di elaborazione del presente e del futuro che è propria del ruolo, e dall’altro la sufficienza con cui spesso affermiamo che “i problemi sono ben altri”.

Cioè quali, visto che l’intellettuale si occupa esattamente dei problemi del proprio tempo, cioè o è presente a se stesso e agli altri o non è? In questo senso è da considerare intellettuale chi esamina, analizza, e porta fuori da sé (cioè espone agli altri, mettendosi a confronto e prendendo posizione), i temi della nostra modernità: mi vengono in mente a caso le migrazioni, le diversità, i diritti civili, il lavoro, le genitorialità, le questioni di genere, la politica e perfino la comunicazione ai tempi della Rete.
Il sospetto per gli intellettuali e in generale per chi si impegna è efficacemente sintetizzato in quella rivendicazione moderna che vorrebbe essere acuta e caustica e diviene macchiettistica: “io ho studiato all’Università della vita” (o della strada, fate voi, NdR)”, in evidente contrapposizione a chi ha sudato e lavorato sui libri- inutilmente, si suppone.

E’ forse ora di riappropriarsi delle cose fatte, di superare l’appiattimento, questo sì, per cui ogni scelta è potenzialmente quella più valida: non è così.
Studiare è meglio che non studiare. La scienza è meglio delle superstizioni. Amare è meglio che odiare, e anche di praticare il cattivismo mediocre (i malvagi veri sono altri, di ben altra levatura rispetto al bullismo e cyberbullismo di tendenza oggi).
Sono scelte (posso scegliere di non studiare, di curarmi col bicarbonato e la medicina dell’occhio, e anche di odiare il mio prossimo e manifestarlo orgogliosamente), non scelte giuste. Non indifferenti, non con lo stesso valore di altre.

Questo si chiama essere radicali? Allora sì, io lo sono.

E mi chiedo spesso se questo “annacquamento” delle posizioni sia davvero necessario per vivere la quotidianità o se piuttosto non sia il frutto di una sostanziale indifferenza al destino proprio e altrui, non la fatica del coniugare “il pane e le rose” ma la resa definitiva a quello che viene e come viene.
L’analisi di Paolo Di Paolo è lucida e condivisibile: dove siamo tutti?, si chiede a un certo punto. Abbiamo stravolto, violato il concetto di ironia riducendolo a un ghignante cinismo, per cui spesso guardiamo con sufficienza chi si appassiona a una causa, dubitiamo della sua sincerità, noi che “abbiamo capito tutto”, e comunque “che sarà mai” il palpitare o parteggiare (o qualunque sentimento anche lontanamente “radicale”, appunto) per qualcosa?

In realtà è tutto. E’ la libertà, è la personalità di ognuna e ognuno. E’ il volerlo dire, anche (quasi certamente) rendendosi antipatici, impopolari. L’altra sfumatura della fatica dell’essere radicali sta proprio nell’atavico e umanissimo desiderio di piacere (di essere come tutti?), se non a tutti almeno a quanta più gente possibile.

Nei tempi che viviamo, l’essere conosciuti e seguiti a livello mediatico assume una importanza forse abnorme rispetto al passato: tutti always on(line), abbiamo percettibilmente spostato il terreno di informazione e scambio sulla Rete.
L’intellettuale, ovviamente, non è il padre nobile degli attuali “influencer” (sic!), e non tanto perché costoro siano presenti e si occupino di qualunque settore, spesso collegandosi ad attività commerciali o di “brand” (anche personale). La differenza sta nella ricerca della popolarità, prima che nell’urgenza di esprimersi sui temi dell’attualità.

Rispetto al passato (e agli esempi giganteschi, inarrivabili e talvolta castranti che Di Paolo fa nel suo libro), l’infinita replicabilità dei contenuti(la viralità), la sovraesposizione, e la peculiare caratteristica di “istigazione” all’esprimersi che è propria delle piattaforme social, su cui come sappiamo funzionano molto bene i contenuti estremi e smart, oggi viviamo con più confusione sia il concetto di intellettuale che di “radicalità” e “scelta”.

L’intellettuale ha “dei valori non collocati in una cassetta di sicurezza, non sono fissi e bisogna cercarli ed è una fatica” (Vittorio Foa a colloquio con Indro Montanelli nel 1994). Quindi esercita delle attività “impegnate”, in netta opposizione a quelli che Remo Bodei chiama “impegni che non impegnano”, addirittura come inclinazione collettiva verso una “l’identità aggiornabile”: e sa di essere disturbante, impopolare per definizione. Possiamo certo seguirlo, apprezzarlo, coglierne i suggerimenti, ma la popolarità appunto è un’altra cosa, spesso antagonista della radicalità necessaria (o anche auspicabile, siamo gente che s’accontenta) su alcuni temi.
Ce l’hanno insegnato, infatti, a essere educati, benevolenti, sorridenti. Leggeri, leggerissimi, ma non nel fondamentale senso calviniano del “planare sulle cose dall’alto”, quanto in quello del soprassedere, spesso sopportare. Radicalità, infatti, è anche quella inclinazione per cui se troviamo una cosa, una persona, una situazione insopportabile, semplicemente scegliamo di non sopportarla, con le conseguenze del caso.

Ma è molto faticoso, ha un prezzo molto alto, e non sempre ci rende migliori o particolarmente nobili.
E’ comprensibile non averne voglia, semplicemente, o spostare continuamente l’asticella un poco più in là: nel lavoro, in amore, nelle relazioni, in politica, nel pubblico e nel privato insomma. La mia generazione (quella che “non sa lottare” secondo un vecchio articolo sempre interessante) è di certo, in questo senso, la più stanca e disgregata del secondo dopoguerra (nemmeno i giovanissimi lo sono così, nonostante il moralismo spesso imbecille che pratichiamo nei loro confronti).

Quindi, se proprio dobbiamo sfilarci, almeno facciamolo con classe, come quella celeberrima scritta su un muro della Parigi del 68: “Je suis marxiste, tendance Groucho”.

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